Banca europea per gli investimenti: l’ascesa invisibile di un gigante della coesione

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Dopo aver subito una significativa trasformazione che ne ha aumentato il profilo pubblico, la Banca europea per gli investimenti (Bei) è destinata ad occupare un ruolo sempre più importante nel colmare i divari di sviluppo tra le regioni dell’Ue, raccogliendo fondi per l’ecologizzazione, ma gli osservatori delle finanze pubbliche avvertono che non sarà facile realizzare gli obiettivi.

La Bei è un attore spesso trascurato della coesione europea, con circa un terzo dei suoi 70-80 miliardi di euro annui che sono destinati all’obiettivo di ridurre le disparità tra le regioni dell’Unione. Tra il 2015 e il 2019, la Bei ha fornito 84,4 miliardi di euro a progetti di coesione tra le regioni Ue, e solo l’anno scorso ha erogato 16,13 miliardi di euro. L’istituzione è stata un grande promotore dell’utilizzo di prestiti e garanzie per finanziare lo sviluppo dell’Ue.

“Naturalmente, tutti noi comprendiamo che ci sono ancora settori che hanno bisogno di sostegno, ma allo stesso tempo, tutti conosciamo e comprendiamo i benefici degli strumenti finanziari, che offrono un miglior rapporto qualità-prezzo e rispetto alle sovvenzioni offrono una modalità di finanziamento più sostenibile, più specificamente con il loro effetto di rotazione”, ha detto a EURACTIV la vicepresidente della Bei Lilyana Pavlova, che sovrintende ai finanziamenti per la coesione sociale ed economica.

“I nostri servizi di consulenza hanno svolto e svolgeranno un ruolo importante nel sostenere lo sviluppo di tutti questi strumenti di finanziamento, perché l’uso degli strumenti finanziari in gestione condivisa [fondi della politica di coesione] è timido”, ha aggiunto. L’istituzione aiuta le banche e le autorità nazionali a sviluppare le capacità finanziarie ed è particolarmente importante per i nuovi Stati membri e le regioni meno sviluppate che spesso non hanno il know-how finanziario per creare e gestire prodotti finanziari complessi.

Il modo principale in cui la banca contribuisce all’attuazione dei fondi strutturali dell’Ue è la concessione di prestiti alle regioni per costituire il contributo nazionale obbligatorio richiesto per ricevere il sostegno europeo. Dal 2007, la Bei ha prestato più di 31 miliardi di euro alle autorità nazionali e regionali per l’attuazione dei loro programmi strutturali.

Il prestatore, i cui azionisti sono i Paesi dell’Ue, ha anche svolto il ruolo di gestore per i fondi destinati alle regioni per la coesione, per un ammontare di 7,5 miliardi di euro. Oltre ad aiutare le regioni meno sviluppate a sviluppare le capacità finanziarie, negli ultimi anni la banca ha dovuto subire essa stessa cambiamenti significativi.

Per lungo tempo è stata vista come un’istituzione avversa al rischio, che preferiva i grandi prestiti per le infrastrutture, ma molto è cambiato dopo che è diventata il principale attuatore del Piano Juncker lanciato nel 2015, che mirava a far ripartire gli investimenti privati nell’economia europea in difficoltà dopo la crisi dell’Eurozona.

Il piano è stato salutato come un successo dalle istituzioni europee per aver mobilitato circa 500 miliardi di euro, ma i revisori dei conti europei hanno affermato che gli importi potrebbero essere sopravvalutati e hanno sottolineato che gran parte dei finanziamenti sono andati agli Stati membri più grandi.

Citando il presidente della Bei Werner Hoyer, Pavlova ha affermato che il Fondo europeo per gli investimenti strategici (EFSI), noto come Piano Juncker, ha cambiato il Dna della banca “perché ha moltiplicato la nostra capacità di assumerci più rischi calcolati e di concentrarci sui deficit di finanziamento dell’economia europea”.

Gli analisti dicono che la transizione dai grandi investimenti alle imprese più a rischio non è stata facile per la banca. La Bei “temeva di esporsi andando nei territori che avevano più bisogno delle iniziative di coesione, a causa del rischio di cattivi prestiti”, ha detto Jorge Núñez Ferrer, Senior Research Fellow del CEPS. L’analista ha sottolineato che il piano Juncker ha costretto la Bei a rinunciare a una certa indipendenza operativa. “La Bei sta imparando a diventare una banca dello sviluppo e ora probabilmente, del clima”, e a garantire l’accesso ai suoi interventi a tutte le regioni, comprese quelle più arretrate. “Questo è un sano cambiamento”, ha aggiunto Ferrer.

Il mese scorso, il Consiglio di amministrazione della Banca europea per gli investimenti ha approvato una roadmap da 1.000 miliardi che prevede la cessazione dei finanziamenti per i progetti basati sui combustibili fossili, l’allineamento delle attività della Bei con gli obiettivi dell’accordo di Parigi e l’uso di oltre la metà dei finanziamenti annuali per gli investimenti verdi entro il 2025.

Anna Roggenbuck del Network Bankwatch ha spiegato che “la svolta è stata promossa fortemente dall’interno della banca, dal suo top management”. Roggenbuck, ha accolto con favore i piani verdi della Banca, ma ha messo in guardia sul fatto che la roadmap potrebbe anche rappresentare una sfida. Molte che molte delle regioni che beneficiano dei fondi di coesione hanno economie meno sviluppate e infrastrutture che ancora dipendono dai combustibili fossili. “La Bei dovrà realmente sostenere anche queste regioni nella preparazione di progetti che siano ammissibili ai finanziamenti”, ha sottolineato.

Tuttavia, l’attivista ha precisato che “sembra che la Bei sia consapevole della sfida”, sottolineando il fatto che nella roadmap per il clima la banca presta particolare attenzione all’assistenza tecnica. La vicepresidente della Bei Pavlova, dal canto suo, ha assicurato che l’impegno della banca per il clima “non viene assunto a discapito della politica di coesione”. Allo stesso tempo, Pavlova conviene sul fatto che le autorità nazionali e regionali hanno bisogno di maggiore sostegno, soprattutto per quanto riguarda l’ambiente.