Agricoltura idroponica: il vertical farming può essere la soluzione del futuro?

Una coltivazione di basilico all'interno di Planet Farms. [Foto: Planet Farms]

Questo articolo fa parte dello Special Report Agricoltura sostenibile in Italia: sfide e soluzioni per il futuro.

La coltivazione idroponica è spesso citata come esempio di sostenibilità, in quanto consente un bassissimo consumo di acqua e permette di non utilizzare pesticidi durante la coltivazione. Abbiamo provato a capire se anche in Italia può diventare l’agricoltura del futuro.

L’idroponica è la coltivazione delle piante fuori dal suolo, quindi senza terra e solo grazie all’acqua, nella quale vengono disciolte le sostanze nutritive. Attualmente, la forma più diffusa di agricoltura idroponica a livello commerciale è il vertical farming, che consente di risparmiare spazio posizionando più file di piante in verticale.

Il vantaggio più evidente di questo tipo di coltivazione è il risparmio di spazio: non sono necessari campi, ma è sufficiente una serra in cui le piante possono essere  disposte su più piani per ottenere una maggiore resa. Inoltre, non sussistono più le limitazioni dovute al clima, in quanto l’ambiente di coltivazione è controllato.

Inoltre, viene risparmiata una grande quantità di acqua grazie al riciclo idrico: il flusso utilizzato per irrigare le piante viene raccolto e riutilizzato nuovamente. È poi più semplice controllare la quantità di nutrienti erogati ai vegetali, così come tenere sotto controllo i parassiti ed, eventualmente, eliminarli con metodi naturali attraverso l’uso dei cosiddetti ‘animali utili’.

In Italia per ora sono principalmente le start up a scegliere questa soluzione, in quanto viene ancora trattata come un tipo di coltivazione sperimentale. Tuttavia, i risultati ottenuti da queste aziende sono incoraggianti, come attestano anche i premi delle associazioni degli agricoltori a soluzioni di questo tipo.

Attualmente, le vertical farm vengono utilizzate principalmente per coltivare insalate, erbe aromatiche e piante come i pomodori, per ottenere una grande resa e contemporaneamente un guadagno commerciale sensibile.

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Idroponica come futuro dell’agricoltura?

La coltivazione idroponica, proprio per la sua carica di innovazione, la possibilità di ridurre l’uso di sostanze chimiche e gli sprechi idrici è vista con favore dalle associazioni di categoria, che la considerano come una possibile soluzione per il futuro dell’agricoltura.

“Uno degli elementi su cui si fonda la progettualità di Coldiretti è la libertà di impresa”, ha dichiarato a EURACTIV Italia Stefano Masini, responsabile ambiente dell’associazione. “L’agricoltura idroponica rientra nell’area delle attività che possono dare risposte anche in termini di riduzione dell’uso dei prodotti chimici, di razionalizzazione dell’uso delle acque e di efficienza delle risorse produttive”, ha aggiunto.

“Si potranno inserire varie iniziative di coltivazione idroponica nell’agricoltura italiana. Al momento manca una disciplina atta a differenziare i prodotti rispetto alle tecnologie impiegate”, ha proseguito Masini. “Sarà necessario impostare e discutere una normativa che riconosca la particolare tipologia di processo produttivo”.

“Al momento, rispetto a come risulta organizzata una vertical farm, che esclude l’utilizzo di prodotti chimici e consente il lavoro robotizzato in ambiente protetto, ci sono delle rivendicazioni per presentare il prodotto con determinate informazioni al consumatore. Queste devono essere verificate e disciplinate per arrivare a un’etichettatura adeguata a riconoscere le differenze produttive”, ha concluso Masini.

“L’idroponico è una grande realtà, perché porta occupazione, rifornimento dei mercati continui e riesce a programmare molto meglio l’attività”, ha dichiarato Donato Rotundo, direttore dell’area Sviluppo sostenibile e innovazione di Confagricoltura.

“Si lavora su una prosecuzione del lavoro in serra. La valutazione che deve essere fatta è quella del territorio in cui ci si va a inserire, ma in ogni caso il percorso dell’idroponica e dell’aeroponica è utile”, ha proseguito Rotundo.

“Ci sono ancora problematiche da risolvere sulla questione delle filiere, dei substrati e dello smaltimento: stanno cambiando i numeri, perciò il sistema deve essere organizzato man mano che si sviluppa”, ha concluso Rotundo.

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Le imprese del settore

Ci sono realtà in Italia che hanno scelto di puntare sull’agricoltura idroponica come metodo di coltivazione su larga scala. Si tratta per lo più di start up, che però in alcuni casi si sono sviluppate e sono diventate pioniere nel settore.

Sfera Agricola è un’impresa nata nel 2016 a Gavorrano, in provincia di Grosseto, da un’idea di Luigi Galimberti. La struttura produce due varietà di pomodori e una serie di insalate ed erbe aromatiche. Tutti i suoi prodotti sono certificati ‘nickel free’ e ‘residuo zero’ grazie all’assenza totale di metalli pesanti.

Il sistema di raccolta dell’acqua piovana e il ciclo di coltivazione chiuso consentono a Sfera di accumulare acqua nel periodo invernale per utilizzarla nei periodi di carenza. A parità di chilogrammi di produzione, il consumo di acqua è così minore del 90% rispetto alle coltivazioni al suolo.

Questo risultato è ottenuto grazie a grandi bacini di raccolta delle acque piovane, rivestiti con teli antialghe, che permettono di non attingere dalle falde acquifere. In Sfera, ogni goccia d’acqua viene recuperata attraverso un ciclo chiuso, inclusa la condensa o gli esuberi dell’irrigazione.

Planet Farms è una società di vertical farming che ha la sua sede a Cavenago, in provincia di Monza e Brianza, in un capannone di oltre 9 mila metri quadri. Si tratta della vertical farm più grande d’Europa ed è in grado di confezionare oltre 40 mila confezioni di insalata al giorno.

Planet Farms, start up fondata da Luca Travaglini e Daniele Benatoff, sfrutta il metodo della coltivazione idroponica per la produzione di diverse specie di insalata ed erbe aromatiche, che vengono poi confezionate e distribuite in Italia.

L’impianto di produzione consente di ridurre del 95% il consumo di acqua rispetto ai processi tradizionali, grazie al ricircolo e al riutilizzo anche dei sali minerali. Inoltre, la coltivazione su più livelli permette di risparmiare il 90% del suolo.