Acqua e cambiamenti climatici: il settore agricolo alla prova di un uso sostenibile delle risorse idriche

[EPA-EFE/MASSIMO PERCOSSI]

Questo articolo fa parte dello Special Report Agricoltura sostenibile in Italia: sfide e soluzioni per il futuro.

In Italia più del 50% del volume d’acqua usato ogni anno è destinato all’irrigazione, con il 15% di essa che deriva da fonti sotterranee non rinnovabili.

Allevamento, coltivazioni e produzione degli alimenti trasformati: è per queste attività che vengono utilizzate il 90 per cento delle risorse idriche presenti sulla Terra. E quella che ne richiede di più in assoluto – circa il 70 per cento del totale – è l’agricoltura. Il tutto mentre nel mondo, secondo le Nazioni Unite, ben 2 miliardi di persone vivono in zone in cui è difficile accedere all’acqua potabile, ed entro il 2030 la siccità di alcune aree rischia di costringere a spostarsi tra i 24 e i 300 milioni di persone.

Lo scorso settembre, la Corte dei conti dell’UE ha evidenziato la scarsa capacità dell’Europa di promuovere un uso sostenibile delle risorse idriche in agricoltura, che per l’Agenzia Europea per l’Ambiente è responsabile di un quarto del volume totale dei prelievi idrici nell’UE.

A fine settembre, infatti, i giudici hanno rilevato come, nel periodo 2014-2020, la Politica agricola comune (PAC) abbia sostanzialmente fallito nell’incentivare un utilizzo più oculato dell’acqua in ambito agricolo. Ad esempio, i programmi di sviluppo sostengono troppo poco i sistemi di ritenzione dell’acqua o la costruzione di infrastrutture per il suo riutilizzo. Spesso, inoltre, l’efficientamento dei sistemi di irrigazione esistenti ha un ‘effetto rimbalzo’ che non si traduce in risparmio idrico, perché l’acqua in più viene destinata all’irrigazione di colture idrovore o di superfici più vaste.

La sentenza della Corte, spiega a EURACTIV Italia il responsabile Agricoltura dell’associazione ambientalista Legambiente, Angelo Gentili, indica che “un approccio di destinazione delle risorse [della PAC] che è troppo legato ai titoli storici e a una distribuzione a pioggia tende a non qualificare una politica che dovrebbe mirare a obiettivi di sostenibilità e alla riduzione degli sprechi delle risorse idriche”.

Ancora oggi, aggiunge Gentili, “molto spesso non c’è un controllo vero e proprio sull’utilizzo dell’acqua da parte degli agricoltori, e questa risorsa non viene usata in modo efficiente. A ciò si aggiungono poi gli effetti dei cambiamenti climatici”, tra cui bombe d’acqua, variazione dei livelli idrometrici dei fiumi, alterazioni della distribuzione geografica e temporale delle precipitazioni. Eventi che – come ha affermato Coldiretti lo scorso marzo in occasione della giornata mondiale dell’acqua – provocano danni per un miliardo di euro all’anno.

In questo scenario, in Italia – dove secondo l’Istat, nel 2018 veniva disperso il 42 per cento dell’acqua trasportata dalla rete di distribuzione – il tema del risparmio idrico è di scottante attualità. Soprattutto nel settore agricolo, visto che nel nostro Paese più del 50% del volume d’acqua usato ogni anno è destinato all’irrigazione, con il 15% di essa che deriva da fonti sotterranee non rinnovabili.

Per questo, il Piano di ripresa e resilienza (Pnrr) varato dal governo Draghi ha previsto uno stanziamento di 900 milioni di euro per la riduzione delle perdite delle reti idriche, e di 880 milioni per rendere più efficiente la gestione dell’acqua. In tale contesto si inserisce il piano ideato dall’associazione dei coltivatori diretti insieme all’associazione nazionale bonifiche (Anbi), Terna, Eni, Enel e Cassa depositi e prestiti per “risparmiare l’acqua, aumentare la capacità di irrigazione e incrementare la disponibilità di cibo per le famiglie”, come aveva spiegato in occasione della sua presentazione il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini.

Si tratta, aveva detto Prandini, di “un progetto concreto immediatamente cantierabile”, che prevede la realizzazione di una rete di piccoli invasi con basso impatto paesaggistico e diffusi sul territorio, privilegiando il completamento e il recupero di strutture già presenti, e che possa essere avviato con procedure autorizzative non complesse.

In sostanza, il piano mira a realizzare – senza uso di cemento – dei laghetti in equilibrio con i territori, che conservano l’acqua per distribuirla in modo razionale ai cittadini, all’industria e all’agricoltura, e contribuiscano a contrastare il dissesto idrogeologico e a ridurre del 30% il consumo di acqua per l’irrigazione.

Oltre ai piccoli invasi, ricorda Gentili, occorrono però anche altri “interventi diversificati” per “dare una risposta vera e propria” alla questione del risparmio idrico: per esempio, “l’adozione di modalità d’irrigazione e l’uso di colture che richiedono meno acqua, e l’implementazione delle tecniche che permettono di accrescere la fertilità del suolo”.

Secondo Legambiente, “oggi non c’è ancora una dimensione di priorità rispetto alla partita idrica. Bisogna acuire fortemente l’attenzione e far sì che lo diventi, perché l’acqua è una risorsa che va considerata con sempre maggiore attenzione dal punto di vista della sostenibilità ambientale, a maggior ragione con i sempre più radicali cambiamenti climatici in atto”. È vero – conclude Gentili – “che l’acqua è fondamentale per l’agricoltura, ma lo sono anche i piani di coltivazione” che devono cambiare e essere aggiornati per favorire una migliore gestione delle risorse idriche.