Weidmann si dimette: una partita decisiva per Bundesbank e Bce

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

Jens Weidmann [EPA-EFE/HENNING SCHACHT / POOL]

Le dimissioni di Jens Weidmann da governatore della Bundesbank a partire da fine 2021 (cinque anni prima della fine del mandato) e conseguentemente dal Consiglio Direttivo della Bce arrivano come un fulmine a ciel sereno. Un segnale interessante, che si presta a varie letture.

Nella sua lettera di addio, Weidmann parla con orgoglio dell’impegno suo e della Bundesbank in questi anni a mantenere la stabilità monetaria e finanziaria. Nonostante il suo impegno, verrebbe da osservare. Perché in periodi di forte instabilità è necessario ammorbidire certe rigidità del sistema per mantenerne la stabilità, che in alcuni periodi si riduce alla sopravvivenza. Perché è stato necessario il quantitative easing per portare fuori dalla crisi dei debiti sovrani un euro che ha rischiato di saltare a causa della camicia di forza imposta dalla Germania alla governance economica europea. Perché la Bce di Christine Lagarde ha esitato solo qualche giorno prima di lanciare il piano di acquisti pandemici e mettere oggi in campo una serie di strumenti nuovi per affrontare una ripresa ancora non consolidata in un contesto internazionale sempre più complesso e delicato; nonostante un Weidmann sistematicamente recalcitrante.

Weidmann è stato l’uomo di fiducia di Frau Merkel alla Bce. È lei che ha coperto politicamente ogni suo segnale contro la volontà del resto della Bce, giocando con la Cancelliera al poliziotto buono e cattivo (in alcuni casi entrambi cattivi) nella gestione dell’economia tedesca e dell’eurozona. Il rigorismo dell’austerità perseguito da Weidmann non è più coerente con lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi. Tempi che hanno costretto la Bce a compiere azioni impensabili e strutturali di difesa delle obbligazioni sovrane europee; a cancellare (seppure momentaneamente) la regola del capital key negli acquisti di titoli del debito pubblico, tanto da far sorgere dubbi di incostituzionalità alla Corte Costituzionale federale tedesca, consentendo alla Bce di intervenire in maniera asimmetrica a sostegno di alcuni paesi durante la pandemia.

Attenzione, tuttavia, ad interpretare in modo troppo estensivo questa uscita di scena: come se fosse il preludio ad un cambio di orientamento nella posizione della Germania sul ruolo della politica monetaria nell’eurozona. I liberali, impegnati nella formazione del nuovo governo da una posizione di forza, hanno subito riaffermato come chiunque lo sostituisca dovrà tenere la stessa linea strategica seguita da Weidmann durante il suo mandato. Sarà anche questa una casella complicata da riempire per la nuova compagine governativa, con una Spd che non potrà permettersi di innervosire eccessivamente il partner liberale; ma forte anche della presenza (se l’opzione semaforo per il governo tedesco sarà confermata) di un’altra compagine (i Verdi) ben più morbida sul ruolo della Bce, quantomeno nell’assecondare la transizione verde.

Non solo, ma ricordiamo che la presenza e l’opposizione interna di Weidmann non hanno impedito a Draghi prima ed a Lagarde poi di compiere le scelte che ritenevano più opportune. È il bello di un’istituzione federale come la Bce, che assume decisioni a maggioranza, non all’unanimità.

In fondo, forse è proprio la crescente distanza fra i compiti di politica monetaria attiva (se non espansiva) che la Bce è costretta ad assumere nel contesto attuale e futuro, e le incrollabili convinzioni rigoriste di Weidmann ad averlo convinto che fosse giunto il momento di abbandonare la nave. Magari per gettarsi, come possiamo immaginare per Angela Merkel, in una nuova, diversa, avventura in campo internazionale.