Voci dalla storia. Il Libro Bianco di Delors su Crescita, competitività, occupazione

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Delors, Libro Bianco, 1993

Chissà se 27 anni sono sufficienti per imparare dagli errori commessi. Sembrerebbe di no, se ancora oggi i 27 paesi dell’Unione Europea fanno fatica ad immaginare una strategia unitaria, continentale, per lo sviluppo dell’Europa nei prossimi anni. Mentre la Cina qualche settimana fa varava il suo ennesimo piano quinquennale, con lo sguardo rivolto al futuro, in Europa ci dobbiamo accontentare delle proposte della Commissione. Proposte importanti, sia chiaro; quest’anno fatte proprie anche dal Consiglio nello stanziare i fondi collettivi del NGEU per la transizione verde e le infrastrutture digitali. Insomma, grazie (si fa per dire) al Covid-19 l’Europa si sta faticosamente avvicinando a fare quello che avrebbe potuto e dovuto aver fatto già 27 anni fa: elaborare una strategia di programmazione su scala europea capace di guardare, insieme, al futuro.

Perché già nel 1993 l’allora Presidente della Commissione Jacques Delors, al suo terzo mandato, aveva voluto lasciare in eredità agli Stati membri un vero e proprio documento di programmazione per l’Europa. Nel mondo stavano rapidamente cambiando gli equilibri geopolitici dopo la fine del mondo bipolare, la rivoluzione digitale era ormai avviata, le sfide della sostenibilità evidenti, lo stato sociale – fiore all’occhiello della civiltà europea – ancorato a logiche non più coerenti con le dinamiche dell’epoca. E l’Europa era indietro su tutti questi fronti. Da qui il Libro Bianco su Crescita, competitività, occupazione. Le sfide e le vie da percorrere per entrare nel XXI secolo.

Un documento di programmazione economica, dicevamo; con poche ma cruciali strategie. Accrescere il potenziale innovativo con investimenti collettivi europei (finanziandosi sui mercati) ed allo stesso tempo allargare la base delle industrie ad alta intensità di lavoro, per assicurare crescita occupazionale. Ridurre il cuneo fiscale, passando da una tassazione sul lavoro ad una tassazione sulle emissioni di carbone. Puntare su grandi infrastrutture digitali e di trasporto intraeuropee, finanziate ricorrendo ai mercati finanziari ed a capitali privati. Aumentare il potenziale competitivo globale dell’industria europea, in un quadro macroeconomico di stabilità dei prezzi per accompagnare la formazione di aspettative positive. Insomma, un vero e proprio piano strategico per l’economia europea.

Il Libro Bianco, che uscì con allegato un volume degl’impegni solenni assunti da parte di tutti i governi della Ue, fu approvato dal Consiglio Europeo proprio l’11 dicembre 1993, largamente applaudito da opinione pubblica e parti sociali. Ed altrettanto largamente e immediatamente dimenticato, finendo in un cassetto dal quale solo qualche occasionale storico lo avrebbe ritirato fuori per dargli un’occhiata, come se si trattasse della curiosa testimonianza di una civiltà ormai estinta.

L’urgenza di procedere verso l’euro sconsigliò agli Stati di cedere ulteriori spazi di sovranità nelle politiche industriali e sociali. La speculazione valutaria imperversava, rendendo incerte le prospettive di tenuta dell’impegno monetario assunto a Maastricht. Insomma, non c’erano le condizioni politiche per un rilancio comune ed una comune assunzione di responsabilità nei confronti delle sfide future. E l’Europa perse così la grande occasione di presentarsi alla competizione globale attrezzata per reagire da protagonista.

Un clamoroso insuccesso; ma ogni tanto fa bene ricordarlo. Perché celebrare anche i fallimenti, non solo i successi, di questa travagliata integrazione europea può aiutare a non perseverare negli errori del passato.