Una strategia economica per il futuro

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante la conferenza stampa al termine degli Stati generali dell'Economia. [Roberto Monaldo/LaPresse]

Il metodo era corretto: riunire intorno ad un tavolo tutte le categorie sociali, economiche ed istituzionali; italiane ed europee. Per discutere di quali indirizzi strategici dare al paese, in vista di una ripartenza che si preannuncia difficile, in salita. Ma anche ben attrezzata di fondi, principalmente europei; che solleticano gli appetiti di tutte le corporazioni del Paese. E rischiano di perdersi in mille rivoli di spesa inefficiente. Senza che venga colta la grande occasione per aggredire finalmente i nodi irrisolti del paese.

Forse la comunicazione pubblica non è stata all’altezza delle intenzioni. A sentirli raccontare in TV, in effetti, sembrava che gli Stati Generali dell’Economia fossero più una passarella che un brainstorming orientato alla concretezza. E di passarelle non abbiamo proprio bisogno.

Soprattutto, non ne avremo bisogno a settembre quando, passata l’euforia per la fine del lockdown e dell’estate, affioreranno i primi scogli sociali e politici; sperando che non diventino montagne insormontabili.

Perché sarebbe la pietra tombale sulla ripresa economica e sociale del Paese. Oltre che il preludio alla definitiva marginalizzazione dell’Italia dalla comunità di popoli europei, che fino ad oggi ci ha visto protagonisti attivi dell’integrazione crescente.

È il momento di scambiare la solidarietà europea con la responsabilità italiana. Le risorse provenienti da Bruxelles con un impegno serio, credibile, e politicamente solido ad investire.

Perché è dagli investimenti, pubblici e privati, che passa la ripresa.

Non da effimere manovre di consenso come la riduzione dell’Iva, che serve semmai a ricostruire margini di profitto, piuttosto che a favorire i consumi; visto che i prezzi non scenderanno affatto.

Non da reiterati sussidi al reddito ed ai consumi. La cui capacità di spesa è già da lungo tempo erosa dalle incertezze sulle prospettive occupazionali, più che dalle elemosine dei governi di turno.

E quindi: aggredire la produttività stagnante e, in alcuni settori, in diminuzione. La produttività complessiva del Paese, non del fattore lavoro, che incide solo in minima parte su quella generale. E che dipende dalla qualità di una pubblica amministrazione finalmente orientata al risultato; dalla certezza e rapidità degli appalti e del diritto; dalle infrastrutture di trasporto e comunicazione, ma anche da quelle sociali, culturali; dalla crescita del capitale umano, in tutte le fasi; dalla difesa attiva del territorio e della salute pubblica.

Investimenti che devono condurre le imprese sulla frontiera delle possibilità produttive nei settori esposti alla concorrenza internazionale. E concentrarsi sui settori ad alta intensità di lavoro in quelli orientati al mercato interno. Per accrescere il contenuto occupazionale dell’aumento di capacità produttiva.

In questo senso è cruciale l’Europa. Per tre motivi. Primo, perché in attesa che si sblocchi il negoziato sul Next Generation EU occorre attingere alle risorse del MES: consistenti (2% del PIL), immediate ed a costo zero. Secondo, perché è cruciale, per il nostro debito pubblico, che il negoziato sul Recovery Plan porti all’aumento della componente delle risorse proprie sui contributi nazionali. Altrimenti il peso del debito schiaccerà qualsiasi ripresa, soprattutto una volta che dovesse (e dovrà) terminare l’iniezione asimmetrica di liquidità da pare della Bce (come ha appena ricordato anche il suo Vice-Presidente). Terzo, perché è proprio l’Unione Europea che ha stilato il più concreto indirizzo strategico di intervento e spesa per l’Italia: le Policy Recommendations del Consiglio Europeo inviate al Governo lo scorso anno, completamente inascoltate.

Solo se saprà esprimere una strategia coerente con questi elementi, se riuscirà a trasformarli in occasioni di crescita, piuttosto che viverli come vincolo esterno da rigettare per spese improduttive di consenso interno, l’Italia mostrerà la responsabilità indispensabile per pretendere una risposta solidale dalla UE. Per il nostro paese, è l’ultima chiamata per il futuro.