Una politica europea per far ripartire il turismo

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Turisti in partenza dall'aeroporto di Düsseldorf, in Germania. [EPA-EFE/CARLOS DE SAA]

Nella storia del travolgente cammino di crescita che ha caratterizzato il turismo internazionale degli ultimi decenni l’Unione europea è stata la grande assente. Sarà la pandemia l’occasione per un cambiamento significativo, che faccia alla fine emergere una politica europea del turismo? Le spinte in questa direzione non mancano e sono ben sintetizzate da una risoluzione d’iniziativa dal Parlamento europeo sulla definizione di una strategia dell’Ue per il turismo sostenibile, portata ad approvazione a fine marzo.

Il turismo costituisce un “ecosistema industriale” essenziale per l’Unione. Nel 2019 valeva il 10,3% del Pil europeo e l’11,2% dell’occupazione e, come ricorda la stessa relazione (redatta per la Commissione trasporti e turismo da Claudia Monteiro de Aguiar), in molti casi contribuisce significativamente allo sviluppo regionale ed a ridurre i relativi squilibri. Eppure, nonostante l’esistenza sin dal 2009 di una chiara base giuridica (l’articolo 195 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea), nemmeno nel quadro finanziario pluriennale 2021-2027 vi è una linea di bilancio dedicata al turismo. 

La pandemia, con i suoi effetti devastanti sull’industria turistica, ripropone oggi, in forma aggravata, il dilemma che sta alla radice di quell’assenza. Da un lato, è lecito supporre che esistano “costi della non-Europa”, ossia che politiche coordinate siano più efficaci specialmente in una situazione che richiede un ingente sforzo economico per “ristorare” il settore. 

Dall’altro lato, la ripresa che si avvia in questi mesi, in coincidenza con il decollo delle campagne vaccinali, sarà sicuramente segnata da un’accentuazione della concorrenza tra le destinazioni europee, tanto più che esse dovranno insistere sullo stesso mercato (quello interno), in attesa che ripartano i flussi di lunga distanza, ossia quelli che portano in Europa i turisti nordamericani e cinesi. E non mancheranno – e già lo vediamo – i tentativi di accelerare la ripartenza da parte di alcune regioni e paesi a scapito di altri con l’apertura dei cosiddetti corridoi turistici. 

E qui l’Unione batta un colpo. Giustamente il PE insiste sulla necessità che si “mettano in atto pienamente e senza indugio criteri comuni e coordinati per i viaggi sicuri”, a cominciare da quel passaggio fondamentale che sarà costituito dal passaporto sanitario.

La risoluzione del PE è un documento assai ampio, che sfiora la prolissità nel tentativo di includere tutte le questioni rilevanti in questa fase e che non sempre convince nelle indicazioni specifiche. Ad esempio, appare pleonastica l’idea di un marchio Ue del turismo con finalità promozionali e merita certamente una riflessione più approfondita la proposta di istituire un’Agenzia europea per il turismo. Questa Agenzia dovrebbe essere al tempo stesso un osservatorio europeo sul settore, un gestore delle situazioni di crisi, un ente di supporto tecnico e amministrativo alle imprese, un diffusore di buone pratiche di policy ed un promotore del marchio europeo. Dubitare sull’opportunità di questa indicazione è lecito.

Nell’attesa, altre due sono le scelte che potrebbero veramente cambiare il ruolo dell’Unione in materia del turismo e che la relazione del PE esplicita: un deciso rafforzamento della struttura organizzativa della Commissione con “la creazione di una direzione specificamente dedicata al turismo, sostenuta con finanziamenti adeguati” e la trasformazione della competenza in materia di turismo da complementare a concorrente. 

Non mancano poi spunti innovativi anche nelle indicazioni di merito della relazione, soprattutto laddove l’Unione può da subito e concretamente fare la differenza, ossia sulla questione cruciale della sostenibilità. Ci riferiamo al riferimento esplicito sulla necessità di sostenere il settore turistico nell’attuazione dei principi dell’economia circolare, all’estensione dell’ambito di applicazione del marchio Ecolabel, ad un rafforzamento ed ampliamento dei meccanismi di certificazione, nonché alla costruzione di un quadro di valutazione comune (basato sul sistema di indicatori ETIS). Così pure sul tema della digitalizzazione, vi sono indicazioni importanti sull’esigenza di integrare il turismo in una complessiva “governance dei dati” (laddove la qualità dei dati è risorsa cruciale per definire strategie turistiche efficaci) e di regolazione dei mercati digitali, specie a fronte della crescente rilevanza delle piattaforme dell’economia collaborativa.

Insomma, anche volendo concentrarsi solo su alcune delle molteplici questioni sollevate, il ruolo dell’Unione rispetto al turismo appare potenzialmente rilevante. Il problema è che sarebbe urgente attivarlo, in questi mesi cruciali per la ripresa. Dopo la presa di posizione del PE, è da Bruxelles che ci si aspetta a breve qualche notizia.

Nicola Bellini è professore ordinario di Economia e gestione delle imprese, presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa