Tommaso Padoa-Schioppa: un vuoto lungo dieci anni

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Tommaso Padoa-Schioppa. [EPA/OLIVIER HOSLET]

Dieci anni fa, il 18 dicembre 2010, ci lasciava improvvisamente Tommaso Padoa-Schioppa. Nell’ombra, come suo solito; mentre cenava con un gruppo di amici. Perché TPS (come lui stesso siglava appunti e scritti) non amava i riflettori. Pur essendo stato uno dei principali protagonisti delle scene economiche e monetarie europee ed internazionali, aveva sempre agito nelle retrovie, dietro le quinte. Mai sulla scena pubblica.

A parte il biennio 2006-2008, in cui fu chiamato da Prodi a rivestire la carica di Ministro dell’Economia ed accettò, spinto dal senso di responsabilità. Fu un periodo difficile, sotto le luci di una battaglia politica spesso di basso cabotaggio; quotidianamente in lotta con media più attenti agli slogan, a singole frasi spendibili per i titoli, che alle riflessioni complesse. Un biennio ricco di successi, se il paese riuscì a diminuire il tasso d’indebitamento ed allo stesso tempo a crescere: un piccolo miracolo in un’epoca di degrado delle istituzioni economiche, sociali e politiche del paese. Ma che nella memoria collettiva scompare rispetto alle affermazioni, accompagnate da critiche ironiche e feroci, sulla “bellezza delle tasse” o sui giovani italiani “bamboccioni”.

TPS fu attore dell’integrazione europea. Il suo “quartetto inconciliabile” del 1982 è diventato negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso una roadmap, un’agenda per la libera circolazione di capitali, persone, per il mercato unico, per la moneta unica. Moneta unica che, ricordava negli anni Ottanta, avrebbe dovuto essere accompagnata da un’integrazione economica e da meccanismi di redistribuzione fiscale. Poi appiattita sulla sola dimensione monetaria dai compromessi dei governi.

Moneta unica di cui è stato allo stesso tempo architetto e manovale; della quale si è poi trovato alla guida, come membro del Comitato Esecutivo della neonata Banca Centrale Europea. Predicando l’adozione di un più ampio sistema di meccanismi economico-finanziari, decisionali, istituzionali in Europa senza i quali la moneta unica sarebbe risultata insostenibile nel lungo periodo. A cominciare dall’unione bancaria, della quale ha fortemente richiesto la realizzazione in tempi in cui era solo un’ipotesi embrionale, non abbastanza maturi per assumere decisioni concrete.

TPS è stato un inguaribile ottimista. Era convinto che le contraddizioni del sistema europeo avrebbero spinto le élites nei vari paesi verso l’adozione di una costituzione federale, unica capace di salvaguardare le specificità nazionali assicurando, allo stesso tempo, un futuro comune all’Europa in un mondo sempre più agguerrito.

TPS non ha lasciato un vuoto; ne ha lasciati molti. Perché l’improvviso venir meno del suo contributo intellettuale, delle sue capacità diplomatiche, della sua visione strategica hanno interrotto cambiamenti cruciali, a molti livelli: nel risanamento dell’Italia, nel processo d’integrazione europea, nella trasformazione del sistema monetario internazionale.

Ma ha lasciato anche tante eredità. Che ancora oggi ispirano generazioni di studiosi e policymakers in Europa e nel mondo. Un po’ meno in Italia.