Sì ad un’Europa sociale, no ad un’Unione sociale

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

La catena di montaggio delle auto nel primo giorno di ripresa della produzione automobilistica durante la pandemia di coronavirus, nella fabbrica Volkswagen di Wolfsburg, Germania, 27 aprile 2020. EPA-EFE/Alexander Koerner / POOL

Il piano della Commissione europea di attuare i principi giuridicamente non vincolanti del Pilastro europeo dei diritti sociali ci porterebbe verso un’Unione sociale piuttosto che verso un’Europa sociale. Un gruppo di rappresentanti di gruppi industriali di vari paesi sostiene che l’Europa debba sostenere gli stati membri per migliorarne le condizioni sociali ed economiche ma senza mettere in campo politiche sociali armonizzate in tutta l’UE.

Questa opinione è scritta da Steffen Kampeter, amministratore delegato della Confederazione delle associazioni dei datori di lavoro tedeschi (BDA); Jacob Holbraad, direttore generale della Confederazione dei datori di lavoro danesi (DA); Arto Aas, direttore generale della Confederazione dei datori di lavoro estoni (EE); Jyri Häkämies, direttore generale della Confederazione delle industrie finlandesi (EK); Grzegorz Baczewski, direttore generale della Confederazione polacca Lewiatan; Mattias Dahl, vicepresidente esecutivo della Confederazione delle imprese svedesi (SN); Dagmar Kuchtová, direttore generale della Confederazione dell’industria della Repubblica Ceca (SPCR).

Negli ultimi anni, l’attenzione alle politiche sociali nell’UE è aumentata. E con buone motivazioni. Sia i datori di lavoro che i lavoratori traggono continuamente vantaggio dall’essere parte del mercato unico. Persone e merci possono muoversi liberamente tra gli stati membri, il che genera posti di lavoro e prosperità.

Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia. I cittadini possono sentirsi insicuri per l’aumento dell’afflusso di manodopera da altri paesi dell’UE. E anche la prospettiva di un futuro segnato da cambiamenti tecnologici alla velocità della luce può essere vissuto come spaventoso piuttosto che promettente e può comportare la paura di perdere il lavoro.

Noi come imprenditori siamo impegnati con tutto il cuore nel progetto dell’UE. Comprendiamo le sfide sociali della situazione attuale e vogliamo assumerci le nostre responsabilità. Ma la nostra richiesta all’UE è: Tornate al piano originale!

Un pilastro sociale che non sia legalmente vincolante. Un’UE che svolga un ruolo di sostegno, permettendo a tutti gli stati membri di migliorare il loro potenziale di crescita a lungo termine, la creazione di posti di lavoro, la partecipazione al mercato del lavoro e le condizioni sociali.

L’importanza della stabilità economica per garantire migliori di condizioni sociali in tutta l’UE è diventata più evidente alla luce della crisi del COVID-19. C’è bisogno di riforme economiche e strutturali negli Stati membri per garantire la stabilità economica e sociale attraverso un aumento dell’occupazione e la creazione di mercati del lavoro più flessibili.

Allo stesso tempo, le transizioni verdi e digitali richiedono un’azione da parte dell’UE, poiché è essenziale che l’UE continui ad essere all’avanguardia in questi settori per assicurarsi di rimanere competitiva nel contesto globale.

Condividiamo l’obiettivo della Commissione europea di assicurare il progresso economico e la convergenza verso l’alto tra gli stati membri dell’UE. Crediamo che il progresso economico sia la base del progresso sociale.

Non esistono soluzioni facili alle sfide fondamentali che l’Europa deve affrontare in termini di generazione di crescita e posti di lavoro e di lotta alla disoccupazione. L’UE dovrebbe puntare sulla costruzione di un’Europa sociale in cui gli stati membri ricevano il giusto sostegno per garantire standard sociali decenti e crescita economica. Ma è importante trovare il giusto equilibrio tra le competenze nazionali e quelle dell’UE.

La proposta della Commissione europea di implementare i 20 principi giuridicamente non vincolanti del Pilastro europeo dei diritti sociali – alcuni di essi attraverso direttive UE – sta facendo vacillare questo equilibrio. Ci porta verso un’Unione sociale piuttosto che verso un’Europa sociale. Dobbiamo allora chiederci: È questa la direzione verso cui vogliamo andare? Non è solo una questione di idee e ideali politici.

C’è il rischio che per via della nostra ansia di migliorare le società rischiamo di rompere sistemi ben funzionanti e consolidati. I mercati del lavoro, i sistemi sociali e le società degli Stati membri sono molto diversi. Presentare una legislazione giuridicamente vincolante può danneggiare gravemente questi sistemi. La Commissione europea, cioè, rischia di fare più male che bene.

Il 7 e 8 maggio 2021 si terrà in Portogallo un grande vertice sul sociale. Si discuterà del “rafforzamento della dimensione sociale europea in vista delle transizioni digitali ed ecologica e della ripresa economica e sociale post-pandemia”.

È l’occasione per propone una prospettiva politica più ampia. Dove è diretta l’UE? Qual è il limite rispetto alla legislazione UE sulle politiche sociali? C’è una spinta verso un’Unione sociale da parte degli stati membri?

Abbiamo una vasta gamma di proposte sul modo in cui l’UE può sostenere gli Stati membri quando si tratta di flessibilità nel mercato del lavoro, creazione di migliori collegamenti tra l’istruzione e il mercato del lavoro e avvio di un dialogo sociale con le parti sociali all’interno degli Stati membri. In questi importanti settori, consideriamo che l’UE possa avere assolutamente un ruolo di supporto.

Diciamo “sì” a un’Europa sociale che sostenga gli stati membri per migliorarne le condizioni sociali ed economiche – ma “no” a un’Unione sociale che preveda politiche sociali armonizzate che metterebbero in pericolo sistemi ben funzionanti negli stati membri.