Se anche Weidmann difende l’operato della Bce

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Il presidente della Deutsche Bundesbank Jens Weidmann. [EPA-EFE/ROBERT GHEMENT]

La notizia è passata inosservata. E invece vale la pena che venga ripresa, perché in netta controtendenza rispetto alle esternazioni precedenti. Ieri, 16 settembre, Jens Weidmann, governatore della Deutsche Bundesbank, in occasione di una riunione a porte chiuse con vari legislatori, ha difeso gli acquisti massicci di titoli da parte della Bce.

La vicenda era stata al centro del dibattito politico tedesco ed europeo, da quando la Corte Costituzionale tedesca aveva gettato pesanti ombre sulla legittimità delle operazioni di emissione di liquidità (incondizionata) da parte della Bce. Perplessità che erano state giustificate con un’argomentazione tecnicamente insensata, e per questo politicamente pericolosa. La Corte aveva suggerito che l’espansione monetaria determinasse variazioni distributive; e poiché la Ue e le sue istituzioni non hanno competenza sulla distribuzione del reddito, che rimane una competenza esclusiva (al netto delle operazioni di riequilibrio territoriale realizzate coi fondi strutturali) degli stati nazionali, l’espansione risultava illegittima. Ed aveva accusato proprio i legislatori di non aver effettuato sufficienti controlli sull’operato della Bundesbank nel quadro del sistema europeo di banche centrali.

Un’argomentazione appunto tecnicamente insensata, visto che qualsiasi variazione della quantità o del prezzo della moneta ha conseguenze distributive, più o meno rilevanti. Un’argomentazione però politicamente rilevante, che metteva in discussione la legittimità della Bce a portare avanti l’espansione. Un problema di cui la Germania avrebbe dovuto accorgersi nel 1989, quando accettò di barattare (mi sia consentita quest’espressione un po’ rozza e semplificatrice, ma non molto lontana dalla realtà) la sovranità monetaria con la riunificazione. Perché la cessione della sovranità monetaria è essa stessa uno strumento, potenzialmente, con pesanti effetti distributivi. Tanto per fare un esempio banale, l’inflazione (sempre che esista oggi un obiettivo concretamente raggiungibile in termini d’inflazione, tema sul quale abbiamo già espresso forti dubbi) sposta risorse dai creditori ai debitori; così come variazioni dei tassi d’interesse influenzano le decisioni d’investimento e consumo, determinando a loro volta effetti asimmetrici sui soggetti economici.

Un problema politico, dunque. Che la stampa non ha mancato di sottolineare a più riprese, grazie anche alla posizione spesso ambigua proprio di Weidmann. Il fatto che ieri Weidmann si sia espresso nettamente a favore dell’intervento della Bce (anche se limitatamente al fatto che non ravvisa violazioni da parte della Bce del divieto di finanziamento ai governi Ue) ha anch’esso un valore politico, per togliere spazio alle narrazioni di chi vorrebbero mettere in discussione lo sforzo della Germania per una nuova stagione di intervento nell’economia europea, più orientata alla crescita come prerequisito per la stabilità, piuttosto che il contrario (come era avvenuto finora).

Insomma, ancora una volta la Merkel è riuscita ad imporre il suo indirizzo politico. Lo aveva fatto su Schäuble, che nelle settimane scorse aveva affermato di essere (sempre stato) a favore di una Ue espansiva; e lo ha fatto ieri con Weidmann, l’altro grande falco della politica rigorista.

L’emergenza pandemica non è terminata. La ripresa non è ancora certa. Gli strumenti approntati, per quanto senza precedenti, potrebbero non rivelarsi sufficienti. Non è proprio il momento per mettere in discussione la strategia di condivisione dello sforzo espansivo in Europa. Perlomeno, non ancora.