Scienza economica e potere: per una interpretazione del rapporto Italia-Europa

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Dalla copertina del volume.

“Scienza economica e potere”: è questo il titolo dell’ultima fatica del collega Piero Bini, uno storico dell’economia, da oltre quarant’anni sottile osservatore delle vicende economiche dell’Italia.

Un rapporto non sempre agevole, quello fra economisti accademici e policymakers. Che ha sovente visto la sconfitta del buon senso economico, piegato alle logiche del consenso politico. Ed ha spesso sperimentato uno scambio di ruoli, con economisti di spicco chiamati a giocare da protagonisti nelle scelte pubbliche del paese. Si pensi, per limitarsi agli ultimi decenni ed ai soli premier, a Ciampi, Prodi, Monti, Draghi.

È un volume che fa riflettere. Che costringe a ripercorrere l’intera storia unitaria con un occhio attento alle relazioni di forza che solitamente sfuggono all’opinione pubblica, quali appunto quelle fra teoria economica e scelte politiche. Una teoria economica lontana dalla mitologia di quel corpus uniforme di rapporti fra variabili che insegniamo nei manuali di economia, come se fossero scolpiti nella pietra. E che sono invece sempre il risultato di una battaglia fra idee, ognuna con la propria dignità, che occasionalmente diventano dominanti o cadono, sempre momentaneamente, nel dimenticatoio.

Vicende alterne anche quelle che interessano le scelte pubbliche in campo economico; a volte ispirate da economisti accademici; altre volte assunte ignorando completamente, sovente intenzionalmente, i suggerimenti dei teorici dell’economia. Un libro che impone delle riflessioni sulle dinamiche di confronto, conflitto, supporto che fra esperti e politici si viene a creare, e che spesso risente in maniera preponderante dello spirito dei tempi.

Letto in questa chiave, ci accorgeremo ad esempio che il vincolo esterno, l’idea cioè per cui solo con vincoli imposti da qualche accordo internazionale sia possibile modernizzare un paese che resiste ad ogni cambiamento, non è affatto nuova. Né è nata con l’adesione al Sistema monetario europeo nel 1979, embrione di quanto sarebbe avvenuto poi con la moneta unica, come sostiene una certa retorica no-euro. E nemmeno risale solo alla scelta atlantica (ed europea) post Seconda guerra mondiale.

Il vincolo esterno emerge come un tratto costante, direi quasi un espediente ricorrente utilizzato da alcuni economisti per imporre, o almeno suggerire, al paese scelte quantomeno non irrazionali, per forzare la mano ad una classe politica che guarda ontologicamente ben poco al bene comune e ben più ad interessi corporativi da difendere, a logiche clientelari da alimentare per allargare la base del consenso.

È questo insomma un volume che, impossibile da riassumere in poche righe, restituisce tutta la ricchezza e la complessità della storia italiana dall’unità ad oggi. Fornendo anche qualche chiave di lettura utile per comprendere il rapporto, sempre sul crinale fra l’adesione incondizionata e lo scetticismo pregiudiziale, che il nostro paese ha nel tempo sperimentato e sta ancora oggi sperimentando verso il percorso d’integrazione europea. Un percorso, un’architettura in continuo divenire, che la maggior parte degli economisti italiani ha quasi sempre accolto con scetticismo, ponendo l’accento sulle carenze, le incompletezze, i fallimenti, piuttosto che sui successi, comunque innegabili, di una costruzione altrettanto innegabilmente monca.

Insomma, una lettura affascinante. Che non dovrebbe mancare sugli scaffali di chiunque abbia a cuore la comprensione di come le scelte pubbliche si sono venute, ed ancora oggi si vengono, a formare nel nostro paese.