Scalfari, Papa Francesco e Draghi “superministro delle Finanze europeo”

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore, non quella di EURACTIV.ITALIA né quella di EURACTIV Media network.

Papa Bergoglio con Mario Draghi

Nei giorni scorsi Eugenio Scalfari, riprendendo i discorsi di Papa Francesco alla Biblioteca del Palazzo apostolico e di Mario Draghi al Meeting di Rimini, ha individuato fra i due non solo un parallelo, ma una visione strategica comune (il mese scorso lo stesso Pontefice aveva nominato Draghi a membro della Pontificia accademia delle scienze sociali). Si è inoltre azzardato a proporre un modo per realizzare quell’agenda, comune, nel prossimo futuro. Un articolo interessante, sul quale vale la pena soffermarsi.

Secondo Scalfari, Bergoglio e Draghi si sono rivolti, ognuno nel suo ambito di competenza, contro le disuguaglianze economiche e sociali, a favore dei poveri, della redistribuzione del reddito, del perseguimento del bene comune. Una visione per entrambi articolata, secondo una non intenzionale divisione dei compiti fra i due, tra il livello italiano ed europeo (Draghi) e globale (Bergoglio).

Non mi soffermo sul messaggio di Papa Francesco, che mi pare abbia espresso una lettura tutto sommato ortodossa della crisi e delle sue vie d’uscita, perfettamente in linea con l’evoluzione della dottrina sociale della Chiesa. Draghi viene invece accreditato come erede di un’antica e nobile tradizione, il socialismo liberale, nella quale probabilmente non si troverebbe a disagio; e di perseguire un’aurea mediocritas per l’economia e la società, una distribuzione ed una crescita equilibrate. Secondo Scalfari, Draghi ha mostrato con i fatti che l’economia politica e la politica economica, attraverso il braccio monetario (che non è neutrale), possono e devono intervenire per sanare distorsioni, inefficienze ed ineguaglianze.

Sulla base di queste considerazioni, Scalfari costruisce una proposta. Per consentire a questa visione ‘giusta’ di diventare azione politica, occorre che Mario Draghi diventi quel “superministro dell’Ecomomia europea” che Draghi stesso ha indicato come una evoluzione istituzionale necessaria a dare stabilità ai successi negoziali della Ue degli ultimi mesi. Una proposta che, secondo Scalfari, Conte dovrebbe perfezionare, con l’appoggio del Pd, già a settembre.

Tralasciando le considerazioni (e ce ne sarebbero) sulla lettura di Scalfari della visione teorica di Draghi, mi sia consentita qualche riflessione sulla proposta. Come Scalfari sa molto bene, già da qualche anno le istituzioni europee hanno affrontato, anche in documenti ufficiali, il tema della creazione di un ministro delle Finanze europeo: un contraltare (politico-)economico alla Bce. Senza venirne a capo, perché significherebbe di fatto cedere delle competenze nazionali sulla politica economica al livello sovranazionale (molto più che nell’attuale quadro degli strumenti di governance economica europea); un passaggio al quale finora si sono opposti molti paesi membri.

Per realizzare l’idea di Scalfari servirebbe modificare le regole di funzionamento del Consiglio e dell’Eurogruppo, per accordare al neo ministro dell’Economia e delle Finanze facoltà di governo, non di semplice sorveglianza sui meccanismi di governance, che richiedono una riforma profonda della Ue. Non sarebbe sufficiente neanche dargli lo stesso potere (di fatto meramente di rappresentanza esterna) dell’alto rappresentante per gli Affari esteri e la Sicurezza, perché in economia l’incertezza su chi assume le decisioni può essere letale (ma anche in politica estera la confusione istituzionale dell’Europa crea pericolosi vuoti di potere, con conseguenti e sistematiche crisi ai suoi confini).

L’alternativa secondo le regole europee sarebbe che il governo italiano chiedesse a Gentiloni di dimettersi, proponendo Draghi come suo sostituto. Che Ursula von der Leyen modificasse molte deleghe per affidargli anche competenze attualmente in capo ad altri Commissari e Direzioni Generali in modo da coordinare efficacemente tutti gli aspetti legati alla politica economica, in uno sforzo politico collettivo e condiviso di riconoscere de facto a Draghi un ruolo di Superministro dell’Economia e delle Finanze che de iure non esiste. Che il Parlamento europeo approvasse tutto questo. Definire questa soluzione improbabile è un eufemismo.

Quello che in ogni caso emerge con forza dall’articolo di Scalfari, e sul quale siamo pienamente daccordo, è che non si può sprecare un’intelligenza di pensiero e di azione come quella di Draghi per lotte di bassa politica nazionale o lasciare che si diletti come semplice libero pensatore; che il vuoto di classe dirigente in Italia non può permettersi un Draghi solo come brillante oratore ai meeting. E che allo stesso tempo la sua “disoccupazione” incombe ingombrante sulla scena politica italiana ed europea.

Concordiamo sul fatto che tutti coloro che si riconoscono in un’orientamento progressista dell’Italia e dell’Europa dovrebbero sforzarsi di trovare, a Draghi ed a chi come lui dimostra intelligenza e capacità, una collocazione consona ad un grande progetto di riforma del Vecchio Continente. Ma sarebbe forse più realistico lavorare in vista delle scadenze elettorali europee del prossimo mandato, creando (questo sì a cominciare da settembre) tutti i presupposti e le modifiche istituzionali e costituzionali per riempire poi le varie caselle con persone di prestigio, visione, e peso politico-intellettuale adeguato nel 2024.

Certo, le fragilità di questa costruzione europea intergovernativa non assicurano che nel 2024 si verifichi una congiuntura astrale altrettanto favorevole rispetto ai leader dei maggior paesi europei. Ma proprio per questo Merkel, Macron, Conte e tutti gli altri leader europei dovrebbero sforzarsi di lasciare in eredità alle generazioni future un’Europa più forte, efficace e democratica. Ossia finalmente indipendente dalle congiunture astrali occasionalmente favorevoli.