Robin Brooks e la svalutazione interna

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Uno dei twit di Brooks

Non è la prima volta che l’Institute for International Finance (IIF) prende posizione a favore di una svalutazione interna come unico metodo per ripristinare la (presunta) perdita di competitività di alcuni paesi dell’area euro. Stavolta lo ha fatto per voce (anzi, cinguettio, visto che si è trattato di un twit) di Robin Brooks, il suo capo economista (un passato in Goldman Sachs) che ha apertamente denunciato la pericolosità del peso del debito sui paesi della zona euro e con scarse prospettive di crescita. Con prospettive difficili, a causa dell’apprezzamento del tasso di cambio reale rispetto agli altri paesi.

Un apprezzamento, visto che stiamo parlando di paesi membri della stessa area monetaria, che si manifesta con un aumento dei costi interni e si traduce in perdita di competitività. A sostegno della sua tesi porta alcuni grafici che indicano come i tassi di cambio reali si siano modificati (con un apprezzamento per i paesi alla ‘periferia’: i PIIGS – Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna – tanto per capirci) dall’inizio della crisi dei debiti sovrani nel secondo trimestre del 2010 fino ad oggi. Una polemica che sa di stantio. Ma che purtroppo non è ancora terminata. E che è destinata a tornare in auge nei prossimi mesi.

Dovrebbe ormai essere chiaro che la mancanza di un sistema di redistribuzione sovranazionale efficiente ha favorito, nella crisi precedente, l’aumento prociclico dei divari, che non poteva che essere arginato con una (peraltro minima) tenuta del potere d’acquisto, pena (altrimenti) un crollo dei consumi e conseguentemente della domanda aggregata che avrebbe trascinato ancora più in basso le aspettative e gl’investimenti.

Dovrebbe essere ormai acquisito, almeno dal luglio 2012, che un’espansione monetaria (per quanto  a rischio di trappola della liquidità) poteva essere l’unica manovra capace di arginare una spirale di crisi che avrebbe messo ben più a repentaglio di quanto è avvenuto il portafoglio medio degli investitori che seguono le indicazioni dell’IIF. Così come dovrebbe risultare evidente che una svalutazione interna via una compressione dell’indice generale dei prezzi (per salvaguardare i margini di consumo e di domanda) è stata ed è di fatto impraticabile.

Dovrebbe essere manifesto come la svalutazione (del cambio) non abbia mai rappresentato una soluzione di lungo periodo per la competitività di un paese, indebolendo l’innovazione e la capacità del sistema produttivo di stare costantemente sulla frontiera delle possibilità produttive. Che le svalutazioni hanno solo ritardato cambiamenti e ristrutturazioni inevitabili, che andavano semmai anticipate. Che anche una svalutazione dei salari offre un sollievo di breve periodo ad imprese e settori comunque in difficoltà. Lo abbiamo visto proprio in questi anni, quando quei paesi che Brooks addita come ‘periferici’ hanno in realtà avuto delle performance di esportazioni eccezionali (si pensi all’Italia), che contraddicono quanto affermato da Brooks sulla perdita di competitività dei loro sistemi economici.

Dovrebbe essere chiaro inoltre che il covid ha rappresentato un game-changer anche per la politica fiscale: sia a livello nazionale sia a livello sovranazionale (con il NGEU). E che logiche di questo tipo, sempre che siano mai state corrette, sicuramente non lo sono state per la crisi dei debiti sovrani; e difficilmente lo potranno essere per l’uscita dalla crisi generata dalla pandemia.

Quello che ci pare più preoccupante di queste esternazioni non è il fatto in sé; ognuno è libero di esternare ed interpretare dati e teorie economiche come meglio crede. È preoccupante perché lascia trasparire il tono dei dibattiti che accompagneranno il ritorno alle regole fiscali in Europa. Un ritorno ineludibile. Ma che dovrebbe correre su linee guida ben diverse, per rispondere in maniera coerente ad un mondo che è cambiato profondamente negli ultimi mesi. Fingere che non sia successo nulla è una pessima idea per chi dovrebbe guidare gl’investitori fuori dai rischi di mercati dei capitali in rapido mutamento.