Ritorno all’anormalità

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Stazione Termini, tabellone orari partenze, 6.10.2021

È ripartita la vita. O almeno quella che per abitudine così chiamavamo. Abbiamo ricominciato a prendere il treno, la metro, il tram. Capienza 100%. Alberghi ed aerei sono tornati ad essere buoni compagni della quotidianità di molti. Esattamente con la stessa, insopportabile congestione che caratterizzava le nostre esistenze pre-covid. Con l’aggravante delle scocciature di disinfettanti, mascherine, ansie da contagio.

Sembra che non abbiamo imparato nulla dai lockdown e dagli shock economici, psicologici, alla nostra libertà che abbiamo dovuto subire. Per un anno e mezzo abbiamo sperato che il covid fosse l’occasione per ripensare, rivedere, modificare, aggiustare, cambiare: la mobilità, il modello di turismo, la fruizione della cultura, la comunicazione, il lavoro; e ancora i modelli di produzione, consumo, sviluppo. E invece stiamo semplicemente rimettendo indietro le lancette dell’orologio, come faremo tra qualche giorno per il ritorno all’ora solare.

Per un anno e mezzo abbiamo immaginato ipotesi di grandi mutamenti: abitudini, lavoro, transizioni energetiche e digitali, mobilità sostenibile. Ma non ci siamo affatto preparati a queste transizioni. La società italiana, con poche, rare, quasi invisibili eccezioni si è limitata ad attendere che passasse ‘a nuttata.

Pensiamo di cambiare rotta accelerando ora sui veicoli elettrici? In Italia circolano circa 650 auto per ogni mille abitanti, il 15% in più che in Germania e il 30% in più che in Francia, paesi dove le distanze da coprire sono mediamente maggiori. Ma in Francia e Germania hanno da decenni iniziato a ragionare ed agire in termini di trasporto collettivo efficiente, di riduzione della necessità di mobilità fisica per evitare congestione nei trasporti pubblici, di servizi decentrati ed interamente digitali nell’interfaccia dei cittadini con la pubblica amministrazione, etc. Non basta rottamare i veicoli a motore termico. Avremo meno inquinamento atmosferico, ma maggiore consumo di energia e problemi seri di approvvigionamento e riciclaggio delle batterie; senza contare le devastazioni necessarie per realizzare quelle batterie (ma il Congo, dove si rova la maggior parte delle miniere di litio, quotidianamente scavate da bambini, è per fortuna lontano dai nostri occhi di privilegiati consumatori dei paesi avanzati).

È necessario mettere le persone nella condizione di non aver bisogno del trasporto privato; di poter contare su quello collettivo (non necessariamente pubblico). È l’unico modo che abbiamo di trovare un modello di sopravvivenza (non dico di sviluppo) sostenibile. Il PNRR sarebbe dovuto servire a dotare il paese di queste infrastrutture. Ma anche a cambiare mentalità e sistemi organizzativi. Servirà invece solo a cercare di coprire ritardi accumulati.

In Italia abbiamo imposto il ritorno al lavoro in presenza, anche per coloro che passano, in ufficio, le loro intere giornate ad interfacciarsi con un pc, visto che ormai la maggior parte dei processi amministrativi è già digitale. Costringendoli ad affollare autobus, treni, metro; inutilmente. E ci siamo subito buttati a capofitto, alla prima opportunità, sul ritorno alle riunioni in presenza, anche per semplici incontri-passarella. Anzi, soprattutto per quelli.

Non a caso le aziende private, più attente all’efficienza che a tornare ad alimentare i venditori di tramezzini sotto gli uffici, si sono invece attrezzate a cancellare quasi completamente gli spostamenti inutili, ad azzerare i tempi morti concordando nuove modalità di lavoro coi propri collaboratori e dipendenti, riducendo così sprechi di tempo e risorse finanziarie; aumentando la produttività ed allo stesso tempo il benessere dei propri lavoratori, dal quale in ultima istanza passa l’efficienza delle imprese e dell’intera società.

Invece che prepararci con intelligenza ad un mondo in cui il sistema complessivo possa funzionare perfettamente anche in caso di eventi avversi drammatici, come una pandemia, abbiamo semplicemente atteso che finisse l’emergenza. Ansiosi di fare un salto indietro, piuttosto che avanti. Pensando di tornare alla normalità, quando invece era già prima anormalità.

Siamo così ubriachi per la soddisfazione della libertà riconquistata che ancora siamo disposti ad accettare qualche disagio. Quando l’ebbrezza sarà passata, ci renderemo conto che negli altri paesi il salto hanno cercato di farlo in avanti; e sarà sempre più difficile recuperare il terreno, rispetto a paesi dai quali, già prima del covid, ci separavano distanze sconsolanti.