Risparmi e consumi. Vizi e virtù

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2° trimestre 2020: Pil, consumi, risparmi UE

Venerdì scorso, 30 ottobre, commentando lo straordinario dato della ripresa dell’attività produttiva in Italia del +16,4% nel terzo trimestre, il Governatore di BankItalia Ignazio Visco ha espresso preoccupazione per il rischio che il maggior reddito si traduca in un aumento dei risparmi e in una diminuzione dei consumi.

L’idea sottostante, di sapore Keynesiano, è che il risparmio sia un elemento negativo, di ostacolo alla formazione del reddito, che dipende piuttosto dai consumi e dalla loro capacità di alimentare i moltiplicatori della spesa. Una visione condivisa dal Presidente Mattarella, che l’ha espressa curiosamente proprio in occasione delle celebrazioni per la giornata mondiale del risparmio, quando ha posto l’accento sulla necessità che questo risparmio sia smobilizzato, diventando motore della ripresa in Italia. Diciamo ‘curiosamente’ perché sostenere, nella giornata del risparmio, che esso sia una specie di vizio di cui liberarsi, trasformandolo nella virtù del consumo, suona come una provocazione.

Comprensibile, sia chiaro. Come comprensibili sono le preoccupazioni espresse da Visco. Perché il risparmio è una virtù solo se il sistema degli intermediari finanziari riesce a canalizzarlo verso gl’investimenti, verso l’economia reale. E diventa allora domanda; ed allo stesso tempo accresce la capacità produttiva: una combinazione magica che tuttavia, purtroppo, non ha nulla di meccanico. Dipende dallo stato del mercato interbancario, dalla fiducia degli intermediari finanziari nel sistema produttivo e da quella del sistema produttivo nei confronti del clima generale di aspettative dell’economia (e dalle prospettive della domanda, che rimangono ovviamente negative, o quantomeno incerte).

L’enorme stock di risparmi oggi esistenti in Italia è allora lo specchio di una sfiducia diffusa, che investe sia l’economia, sia le istituzioni politiche e sociali. E contro la sfiducia serve a poco ‘suggerire’ di utilizzare il risparmio per accrescere il consumo. Anche perché per qualcuno quel risparmio è l’unico strumento per difendersi dalle incertezze del futuro.

Ma un altro dato è uscito, proprio il giorno prima, ad aggravare questa lettura della situazione. L’ultimo Rapporto Eurostat sul secondo trimestre del 2020 ha certificato un crollo dei consumi nell’area euro e nella Ue nel suo complesso. Non è certo una sorpresa. Le misure di contenimento hanno forzato le economie europee in una situazione di stallo, che ha influenzato prima di tutto i consumi, alcuni dei quali divenuti tecnicamente impossibili e ridotti ai beni primari. Quello che invece colpisce è il differenziale sui risparmi, che presentano andamenti molto diversi e divergenti fra i vari paesi membri.

Stupisce il dato svedese, dove le misure di contenimento non ci sono state e l’economia (almeno nelle sue dinamiche interne) avrebbe dovuto continuare a correre ai ritmi consueti; e invece i dati ci raccontano un risultato in termini di caduta del Pil analogo a quello dei paesi continentali, che si porta dietro un crollo dei consumi ed un risparmio addirittura negativo.

Ma soprattutto sorprende il caso italiano, dove i consumi sono crollati poco più del Pil, con un incremento dei risparmi davvero minimo, rispetto a tutti gli altri paesi europei. Un dato in controtendenza rispetto al resto d’Europa. Un dato preoccupante, al contrario di quanto possano ritenere Visco e Mattarella.

Un basso livello dei redditi impone una propensione marginale al consumo elevata (per assicurarsi la ‘sopravvivenza’): la diminuzione del Pil in questo caso non può che impattare molto relativamente su consumi già compressi, lasciando ben pochi margini all’aumento del risparmio. Il problema italiano potrebbe essere quindi la posizione di partenza, non tanto la diminuzione relativa del reddito. Se questa interpretazione fosse corretta, significherebbe che, rispetto a Irlanda, Spagna e Portogallo, ossia rispetto a paesi con perdite di Pil comparabili alle nostre, esiste una distribuzione del reddito fortemente asimmetrica nel paese, caratterizzata da una media molto bassa e consumi non comprimibili.

Se la destinazione dello stock di risparmio dipende dalle aspettative, i flussi dipendono dal reddito di ciascun individuo. E quel dato suggerisce proprio una debole ripresa (dei flussi) di risparmio come specchio di forti diseguaglianze nella distribuzione del reddito. Una situazione che certo è, in parte, ben nota, visto che nel 2018 il coefficiente di Gini, che indica la concentrazione della ricchezza per classi di reddito, in Italia era a 0,334: un valore piuttosto alto che segnala una forte diseguaglianza distributiva: siamo messi un po’ peggio dell’Uzbekistan, per capirci; anche se in maniera sostanzialmente analoga a Spagna e Portogallo.

Una situazione che, visti però i dati distanti dalle performance sul risparmio proprio di Spagna e Portogallo, sembra assumere proporzioni ben più ampie di quanto ci si sarebbe potuti attendere. E che richiede una riflessione molto più attenta ed ampia sulla destinazione delle risorse del Next Generation EU nel nostro paese; sulla capacità di comporre un quadro di spesa credibile, tale da generare fiducia nella ripresa. Ma che soprattutto deve essere centrato sugli strumenti per accrescere le opportunità medie di reddito, con un occhio davvero alle generazioni future: formazione, infrastrutture, innovazione.