Risorse proprie: serve ancora più coraggio

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Johannes Hahn, Commissario al bilancio

Ogni piccolo passo viene annunciato dall’Unione Europea con l’enfasi di un traguardo storico. I toni celebrativi che hanno accompagnato l’accordo sui 17 miliardi di risorse proprie per finanziare il Next Generation EU, derivanti dalle imposte sulle emissioni di Co2 e dall’imposta sulle multinazionali, sono comprensibili. Ma, guardando al futuro, lasciano perplessi.

Alla conferenza stampa di mercoledì 22 dicembre, il Commissario al Bilancio Johannes Hahn ha enfatizzato il ruolo di queste risorse proprie per evitare di far ricorso ai bilanci nazionali per finanziare il NGEU: “17 miliardi l’anno dal 2026 al 2030”, ha precisato. Una somma importante, che prefigura una genuina capacità fiscale dell’Unione Europea e una futura capacità di agire come soggetto continentale coeso nelle sfide globali. Ma che lascia anche sospesi due interrogativi.

Il primo riguarda il fatto che l’accordo per il NGEU prevede di aumentare le risorse proprie da 1,2% al 2% del Pil europeo. Ricordo che per risorse proprie la Ue intende non solo le risorse proprie in senso stretto, cioè quelle che la UE preleva autonomamente da redditi generati sul suo territorio, ma anche i contributi nazionali. Quindi, quello 0,8% in più di risorse proprie o arriva dalle risorse proprie in senso stretto o dai bilanci nazionali. Considerando che alla fine del 2022 il Pil europeo dovrebbe essere all’incirca 14mila miliardi di euro, lo 0,8% vale circa 120 miliardi di euro.

Ottimo che Hahn ci conforti con i 17 miliardi di risorse proprie in senso stretto, ma gli altri 103 da dove arrivano? Ok il ricorso ai mercati, ma non sono risorse prorpie: non vorremmo che la parte restante derivi dai contributi nazionali, con buona pace dei moltiplicatori della spesa, che così vedrebbero arrivare da una parte le risorse del PNRR e dall’altra sottrarle per finanziarlo.

Il secondo interrogativo concerne l’ammontare complessivo derivante da quelle tre imposte, visto che esistono numerosi studi che hanno già calcolato proiezioni di incassi relativi alle fonti elencate da Hahn: sulle emissioni, la border adjustment tax, quella sulle multinazionali. Quelle stime (effettuate, è vero, in un periodo in cui ancora l’esplosione del costo delle emissioni non aveva raggiunto i picchi odierni) variano fra 43 ed gli 87 miliardi di euro per la sola Co2; si attestano a 21 miliardi per la border adjustment tax; e potrebbero arrivare a 23 miliardi per le imposte sulle multinazionali. In sintesi, fra gli 87 e i 131 miliardi. Annui. E queste somme davvero potrebbero coprire la parte mancante, liberando le risorse raccolte sui mercati per finanziare ulteriori investimenti.

Sarebbe infatti più opportuno, per dare concretezza ai recenti appelli alla riforma delle regole fiscali (basati tutti sul nuovo consenso di una preminenza logica della crescita sulla stabilità), ricorrere all’indebitamento per aumentare la quota di investimenti collettivi europei, magari limitandosi alle priorità fissate dalla Commissione (transizione digitale e verde, più una politica industriale europea che si affianchi a quelle nazionali) dando continuità all’azione a favore della crescita intrapresa in questi mesi.

Il NGEU è stato un passo avanti importante verso una gestione comlpessiva, in ottica continentale, dell’economia europea. Ma non basta. E la partita delle risorse proprie è destinata, in questo campo, a giocare un ruolo cruciale.