Risorse proprie: quei conti che non tornano

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Come è noto, la grande scommessa del Next Generation EU implica un accordo sull’aumento delle cosiddette ‘risorse proprie’. Fino ad oggi sono state interpretate come ‘contributi nazionali’, non come capacità fiscale autonoma della UE, che è invece quello a cui si dovrebbe tendere. Mantenendo una relazione stretta fra beni pubblici europei (come il NGEU) e un’autonoma capacità di prelievo della UE. È l’ABC della finanza pubblica.

Il Parlamento Europeo, che ha spinto nei mesi passati per l’adozione di un calendario stringente per l’adozione di una riforma delle risorse proprie, ha commissionato uno studio. I cui conti però non tornano. E fanno sorgere non poche preoccupazioni. Richiamiamo qualche dato.

Il primo elemento da ricordare è che prima di poter emettere le obbligazioni per il debito comune, tutti e 27 i paesi europei devono ratificare l’aumento delle risorse proprie dall’1,2% al 2% del Pil. Un percorso ancora ad ostacoli, visto che qualcuno usa il ricatto dell’unanimità per allentare altre condizioni (come quelle sul rispetto dello stato di diritto). Secondo elemento, il nuovo schema deve entrare pienamente in funzione entro la fine del 2027, quando inizieremo a ripagare le obbligazioni emesse per il NGEU. Abbiamo quindi un po’ di tempo per andare a regime. Ma, considerando i tempi delle decisioni nella UE, sette anni passano in fretta.

Veniamo ora allo studio di András Schwarcz, commissionato dal Policy Department for Budgetary Affairs del Parlamento Europeo. Dopo una breve storia delle risorse proprie che alimentano il bilancio comune, lo studio intende valutare l’impatto macroeconomico e i presumibili effetti delle singole imposte, per come sono state immaginate dalle varie istituzioni europee nel dibattito più recente. Poiché, anche in linea con quanto già affermato dal Rapporto Monti del 2017 sulla riforma delle risorse proprie, occorre andare oltre i contributi nazionali, si ragiona su quelle di (presumibile) nuova attivazione. Riporto qui di seguito gli elementi chiave di quanto proposto:

  • Tassa sulla plastica: 7 miliardi annui, ai volumi attuali (che si spera ovviamente diminuiscano)
  • Emission Trading System (estremamente variabile a seconda del prezzo di mercato): 1,2-3 miliardi di euro
  • Imposta di aggiustamento alla frontiera sulle emissioni di CO2: altrettanto variabile della precedente e dall’importo incerto
  • Tassa sui servizi digitali (vendite online, etc) (3%=) 5 miliardi
  • Imposta comune sulle imprese (3% di 480 miliardi=) 12 miliardi
  • Tassa sulle transazioni finanziarie (estremamente variabile; con stime fra 4 e 57 miliardi)

Insomma, in uno scenario intermedio stiamo parlando di risorse proprie per un valore di 40-50 miliardi di euro l’anno. Contro un bilancio ordinario di 150 miliardi annui (senza contare il NGEU). Forse sufficienti per placare le ansie dei mercati e consentire alle agenzie di rating di valutare con una ‘tripla A’ le emissioni del debito collettivo. Ma poco per assicurare quell’autonomia fiscale, indipendente dalle bizze dei contributi nazionali che generano narrazioni contabili nazionaliste (e false), alla quale tutti dichiarano, a parole, di ambire.