Ripresa economica: non dimentichiamo i distretti industriali

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

Un distretto industriale italiano

A novembre 2020, ben prima quindi che fossero disponibili i valori definitivi sul Pil 2020, Goldman Sachs (GS) aveva pubblicato un documento di previsioni globali con alcuni dati interessanti per il nostro paese. Rispetto ad una stima sostanzialmente unanime di perdita del Pil 2020 pari a 9,8 punti percentuali, GS azzardava una riduzione del 8,7%. Solo 0,1 di differenza rispettto al dato poi definitivo di -8.8%.

Per il 2021, il dato GS stimava un rimbalzo al +6% contro un +5,5% delle stime di IMF, Commissione ed altre organizzazioni internazionali; ed ancora più vistosa appariva la crescita stimata per il 2022: 3,6% contro il 2,6% degli altri. Una stima in controtendenza che non riguardava solo l’Italia: la maggior parte del mondo, secondo GS, crescerà nel 2021 e 2022 di almeno mezzo punto percentuale oltre le più accreditate previsioni.

Oltre a quelli italiani, solo tre macro-dati spiccavano nella tabella GS: la Germania, che si allineerebbe alla crescita mondiale generalizzata solo nel 2022; gli Usa, che registrerebbero un rimbalzo di 3 punti percentuali in più rispetto alle altre previsioni per il biennio 2021-22; e la Gran Bretagna che, secondo GS, avrebbe addirittura un boom di +7,3%, contro il +2,9% previsto nel 2022.

La particolarità del caso italiano, che induce ad un cauto ottimismo per l’anno in corso, è proprio l’accuratezza della previsione sul nostro paese, tre mesi prima della pubblicazione dei dati di consuntivo. Naturalmente, queste previsioni erano state effettuate prima dei piani vaccinali, che avranno un’influenza diretta e consistente sull’andamento della ripresa. E che potrebbero aver già modificato quei dati. Ma significano anche che, al netto di questi effetti (asimmetrici, fra i vari paesi) nell’organizzazione della somministrazione dei vaccini, l’Italia ha tutte le carte in regola per tornare ai livelli di Pil pre-pandemici nel giro di due anni.

Considerando l’entità delle risorse che arriveranno dal Next Generation EU e dal bilancio pluriennale nei prossimi sette anni, ovviamente questo dato poteva essere in qualche modo prevedibile. Ma appare appunto estremamente ottimistico, sicuramente superiore alle aspettative. E suggerisce che il sistema produttivo italiano possieda una resilienza ben maggiore rispetto a quella di cui noi stessi ci rendiamo spesso conto.

Non sarebbe la prima volta che l’Italia sorprende. Accadde con la crisi degli anni Settanta quando, mentre tutto il mondo occidentale pagava le conseguenze nefaste del rialzo dei prezzi petroliferi, l’economia italiana soffrì meno di altre, grazie a quella “Terza Italia” dei distretti industriali che, invisibile ai dati statistici ufficiali di allora, cresceva grazie ad una combinazione virtuosa fra economie esterne all’impresa ed interne all’industria; fra competitività e cooperazione. Non a caso, mentre negli ultimi mesi i colossi nazionali ricorrevano agli aiuti di Stato, il manifatturiero riusciva a produrre ed esportare oltre le aspettative, anche quelle di Confindustria.

Quello dei sistemi produttivi locali è un patrimonio spesso snobbato dalla politica industriale italiana (a parte qualche breve eccezione), scambiato troppo spesso per “nanismo produttivo ed imprenditoriale”. Che tuttavia potrebbe ancora una volta stupire per la sua vitalità e resilienza e che andrebbe, in alcuni settori, opportunamente incoraggiato. Magari non direttamente tramite le risorse del PNRR, inevitabilmente destinate a progetti ad alto impatto (soprattutto infrastrutturale), ma possibilmente all’interno di un più ampio disegno strategico di utilizzo dei fondi strutturali europei.