Requiem per l’inflation targeting?

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

Euro

La Bce nei mesi scorsi aveva rivisto i propri target di orientamento della politica monetaria. In particolare, aveva suscitato commenti entusiasti in alcuni ambiti, ed allo stesso tempo destato preoccupazione in altri, la decisione di modificare il target d’inflazione (il riferimento, teoricamente, principale della Bce, secondo il suo statuto) dal 2% ad un 2% in media nel lungo periodo. Una differenza sottile ma importante. Perché non costringe la Banca centrale ad intervenire immediatamente ogni volta che si verifichino deviazioni dall’obiettivo. Una svolta cruciale per ampliare lo spazio di discrezionalità della Bce nell’uso degli aggregati monetari.

Quello che si sta profilando in queste ultime settimane è tuttavia un vero e proprio scollamento fra l’obiettivo monetario (anche se flessibile e da valutare nel lungo periodo) e la politica monetaria, sia l’uso del tasso d’interesse sia l’iniezione di liquidità. In sintesi, la Bce ha dichiarato a più riprese di non intendere modificare la politica di bassi tassi d’interesse e l’espansione monetaria (anche se ridotta, ovviamente, rispetto ai mesi del picco di emergenza sociale ed economica indotto dalla pandemia) ritenendo temporaneo il picco d’inflazione.

L’inflazione, si sa, è quel numero che esce dalle costruzioni degli istituti di monitoraggio dei prezzi. Che non sempre raccolgono e colgono i dati essenziali; tanto che sovente capita come nella vita di tutti i giorni si osservino aumenti dei prezzi non registrati dagli istituti statistici.

La recente tesi di Philip Lane, capoeconomista della Bce, parlando alla conferenza sui mercati monetari, è che tutti i fattori che stanno spingendo in alto i prezzi abbiano natura temporanea. Questi fattori sarebbero: l’interruzione delle catene del valore; una ripresa globale più forte del previsto e; picchi nel mercato dell’energia.

Sul primo punto, tuttavia, ci permettiamo di osservare come l’accorciamento delle catene globali del valore (che ciascun paese è oggi intento a perseguire) implica un aumento dei costi, quantomeno nel corso di una transizione che potrebbe durare parecchi anni. E, sul secondo punto, la ripresa globale ci si augura che continui a durare, non che s’interrompa.

Relativamente al terzo punto, l’aumento del costo dell’energia, l’argomentazione appare sconcertante (oltre che sconfortante): Lane dice che l’aumento del prezzo dell’energia scoraggerà consumi ed investimenti, facendo scendere il livello dei consumi a livelli tali da far tornare il mercato in equilibrio ad un prezzo più basso. Sembra quasi l’idea della decrescita felice…

Un’analisi che oltretutto non tiene conto della transizione energetica già in corso e dell’aumento strutturale del prezzo dei combustibili fossili (e degli Emission Trading Schemes per le emissioni di Co2). Altro che cambiamento temporaneo! In quei settori la domanda, che può forse essere leggermente elastica nel caso degl’investimenti (soprattutto perché ci si augura che si orientino a processi sempre meno energivori), è sicuramente rigida per i consumi domestici. E non si può fare quindi affidamento sulla diminuzione delle quantità domandate per sperare in una discesa del prezzo di mercato.

Non solo, ma esistono altri fattori, ben più difficili da tenere sotto controllo, per il rialzo dei prezzi. Fattori speculativi di categorie commerciali che si approfittano di mercati imperfetti e dell’indicazione generale, avallata dalla politica, di attuare una redistribuzione dei redditi a vantaggio dei profitti proprio attraverso i rialzi sui prezzi. E qui il rischio è che davvero, smaltita l’euforia della ripartenza, ci si vada a scontare con redditi e consumi compressi, che farebbero diminuire la domanda aggregata, senza probabilmente essere compensati da un adeguato aumento delle esportazioni e degli investimenti. Il che finirebbe di trascinare l’economia (italiana?) in una nuova spirale deflattiva e depressiva come quella seguita al passaggio dalla lira all’euro in assenza di un serio monitoraggio sui prezzi che, imposto dalla Commissione Europea guidata allora da Prodi, il governo Berlusconi evitò accuratamente di implementare.

Quello che rimane è lo scollamento fra un obiettivo d’inflazione che, pur reso più flessibile e discrezionale, sembra diventare completamente virtuale e sostanzialmente ininfluente per gli orientamenti di politica monetaria. Una prospettiva che mal si concilia con l’idea, fino a ieri prevalente, di un ruolo guida della politica monetaria nella formazione delle aspettative. Può anche avere un senso; basta esserne consapevoli.