Renzi, l’Europa e il futuro del paese

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Matteo Renzi

La strategia proposta da Renzi di utilizzare i soldi del Recovery interamente per progetti nuovi rischia di essere un salto nel buio. Il commento di Fabio Masini.

Al netto di slogan strumentali, la vera distanza che separa il governo da Renzi sulla gestione delle risorse del Next Generation EU è stata indicata da Federico Fubini sabato 2 gennaio sul Corriere. Il governo sta cercando di tenerci agganciati all’Unione europea, evitando un aumento eccessivo del debito pubblico; Renzi propone una strategia che implica di fatto strappare con Bruxelles. Non proprio un buon modo di accompagnare la presentazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che l’Italia dovrà inviare per valutazione alla Commissione europea e far approvare dal Consiglio.

Riprendo i termini della questione, che riguardano l’uso della parte prestiti del NGEU, 127 miliardi. In realtà riguardano una parte, consistente, di queste risorse, circa 87 miliardi, che il governo ha deciso di utilizzare per progetti già previsti; in tal modo andrebbero a sostituire debito pubblico che il paese avrebbe dovuto contrarre sui mercati finanziari (ad un tasso d’interesse più elevato rispetto a quello sul debito collettivo europeo, con tassi praticamente a zero). Al fondo di questa scelta sta probabilmente la consapevolezza di inefficienze storiche del paese, incapace di affiancare alle risorse finanziarie quelle riforme strutturali che consentano di spenderle; e di farlo con efficacia.

Renzi suggerisce invece di utilizzare i soldi del Recovery interamente per progetti nuovi, in modo che le risorse risultino completamente aggiuntive, adducendo la motivazione che in questo modo le ricadute in termini di Pil sarebbero più elevate. Una tesi apparentemente di buon senso – visto che il rapporto debito/Pil può migliorare sia riducendo il numeratore (governo), sia aumentando il denominatore (Renzi). Che rischia tuttavia di essere un salto nel buio. Vediamo perché.

Primo: l’impatto sul valore aggiunto generato dai progetti non dipende dal fatto che siano già stati preventivati o meno, ma dalla loro qualità, dalla capacità di intercettare bisogni e soddisfarli, di aumentare la produttività globale dei fattori, di generare flussi di cassa rilevanti e sostenuti nel tempo. Se erano già in cantiere progetti di questo tipo (abbiamo già espresso forti perplessità nelle scorse settimane, ma questo è un altro discorso… se è per questo dubitiamo anche che Renzi abbia in mente progetti ad alto valore aggiunto, visto il tenore un po’ vago di alcune delle indicazioni di Italia Viva sul Recovery Plan), sostituirli con altri non porta alcun vantaggio in termini di Pil e peggiora l’indebitamento.

Secondo: le regole fiscali dell’Unione europea, oggi sospese, dovranno essere prima o poi ripristinate (ovviamente modificate per tener conto delle nuove realtà economiche, non certo tornando semplicemente al passato). Esse impongono una riduzione del rapporto debito/Pil; e con la strada-Renzi il debito crescerebbe subito di altri 7,8 punti percentuali (oggi siamo al 160%). Per sostenere l’aumento della spesa per investimenti, la Commissione si troverebbe presumibilmente costretta a chiedere la riduzione di altre voci di bilancio.

Ciò renderebbe complicata la vita al governo, costretto a tagliare su altri servizi, in un gioco a somma zero che porterebbe come risultato l’indebolimento della nostra credibilità in Europa, dalla quale dipendono la nostra sopravvivenza e la ripresa economica; genererebbe ulteriori risentimenti contro l’Europa, che verrebbe ancora una volta accusata di pretendere tagli sul bilancio, mentre questi dipenderebbero da scelte scellerate del paese; e innervosirebbe i mercati finanziari internazionali in una fase in cui, grazie alla solidarietà europea, per il tramite dei massicci acquisti da parte della Banca centrale europea, per ora i tassi d’interesse sulle emissioni di titoli del Tesoro rimangono bassi.

La strada del governo è prudente, potremmo anche definirla pavida, ma volta perlomeno a mantenere un rapporto di correttezza con la struttura della governance economica e delle istituzioni dell’Unione europea. La strada-Renzi, sensata in linea di principio, luccica di affascinanti speranze. Che tuttavia presuppongono riforme di sistema che, come minimo, richiederanno parecchi anni per divenire concrete. In un contesto politico sistematicamente instabile, siamo sicuri che ci siano le condizioni per tali riforme radicali entro cinque anni?

Per capire il problema è utile ricordare alcuni dati. Nella legislatura europea 2014-2019 (mentre in Italia dominava una narrazione nazionalista, contro l’Europa dell’austerity, e per gran parte della quale Renzi era al governo in Italia) il Fondo europeo per gli investimenti strategici (il cosiddetto Piano Juncker), gestito centralmente dalla Banca europea per gli investimenti (non quindi dal governo italiano) ha mobilitato in Italia ben 52 miliardi di investimenti. Nello stesso periodo il governo ha stanziato circa 30 miliardi riuscendo a spenderne solo la metà.

Della programmazione 2014-2020 dei Fondi europei gestiti dall’Italia (per progetti di un ammontare complessivo pari a 178 miliardi di euro) sono stati concluse il 25% e liquidate il 5% delle iniziative (dati ufficiali Open Coesione aggiornati al 31.08.2020, ossia a 4 mesi dal termine del settennato): un disastro. Che non è divenuto tragedia (dover restituire a Bruxelles le somme non spese) solo perché in questi mesi la Commissione ha consentito di recuperare i residui e siamo riusciti a raggiungere i target minimi previsti.

In pratica, lo Stato e le regioni italiane non si sono dimostrate in grado di realizzare spesa per investimenti, ma solo spesa corrente. Se si considera che ora andranno “messi a terra” circa 200 miliardi di investimenti entro il 2026, puntare su progetti in una fase più avanzata di progettazione esecutiva rispetto a progetti interamente nuovi potrebbe essere semplice buonsenso, a patto che si tratti di progetti effettivamente produttivi e ad alto impatto (cosa che non traspare, lo ribadiamo, dalle bozze finora fatte girare).

Da tutto ciò derivano due conseguenze. Da un lato la sfida rimane quella di individuare progetti validi, ad altro valore aggiunto, volti ad accrescere la produttività del sistema-paese nel suo complesso, a ridurre divari sociali e territoriali divenuti economicamente insostenibili, oltre che eticamente ripugnanti (e le ultime bozze del Piano nazionale di ripresa e resilienza ci sembrano ancora lontane anni luce da questo obiettivo). Dall’altro attuare riforme strutturali, anche nel campo dell’amministrazione pubblica, dell’istruzione e la ricerca, della giustizia, che snelliscano e rendano più efficiente il Paese mettendolo nelle condizioni di spendere e rendicontare le risorse in modo utile ed efficace. Vedremo dalla bozza che Conte ha promesso di presentare nei prossimi giorni in Parlamento se queste condizioni saranno rispettate. Sempre che esista ancora un governo.