Recupero crediti: alto rischio per il sistema bancario italiano

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Germany economy [EPA-EFE/MAURITZ ANTIN]

Su richiesta della Commissione europea, l’Autorità bancaria europea, meglio nota nell’acronimo inglese EBA, ha pubblicato il 18 novembre un confronto tra gli strumenti nazionali per il recupero dei finanziamenti delle banche, in termini di percentuali, tempistica e costi, che comprende una comparazione delle procedure nazionali di recupero sotto il profilo dell’efficienza rispetto ai diversi asset considerati. La richiesta si inserisce nei lavori in corso sul completamento dell’Unione bancaria e la finalizzazione della Unione dei Mercati dei Capitali, di cui è elemento importante il trattamento degli NPL (non-performing loans). In questo quadro si inserisce anche la ripresa dei lavori della Commissione per l’armonizzazione delle norme nazionali sull’insolvenza delle imprese, al fine di incentivare la concessione di finanziamenti all’interno dell’Unione, ora in fase di initial impact assessment (“Enhancing the convergence of insolvency laws, Ref. Ares(2020)6591479 – 11/11/2020).

La ricerca dell’EBA ha riguardato crediti soggetti a procedure di insolvenza vantati da più di 160 banche nei 27 Stati membri, suddivisi per classi: corporate (tra 50 e 200 milioni di fatturato), PMI (fino a 50 milioni), immobili commerciali (CRE), immobili residenziali (RRE, entrambi limitati a debitori con fatturato inferiore a 200 milioni)), carte di credito retail e altri prestiti ai consumatori. 

Nel presentare i risultati l’EBA sottolinea che il numero di istituti di credito che hanno partecipato (su base volontaria) è molto limitato e che non tutti i dati sono pienamente affidabili, in particolare quelli relativi ad alcune classi di crediti. Inoltre, alcuni Stati hanno fornito un numero limitato di dati e alcune richieste potrebbero essere state interpretate in modo diverso dai partecipanti. Per questo l’EBA suggerisce cautela nelle conclusioni. Pur con questi caveat, l’analisi è comunque interessante.

Come era prevedibile, la percentuale di recupero a livello aggregato Ue è maggiore per i crediti garantiti (CRE e RRE, 42,2% e 46,1% rispettivamente) ed è minima per le carte di credito retail (25,2%), che vedono anche il maggior costo per il recupero, insieme agli altri crediti al consumo, valori in parte compensati dai più veloci tempi di recupero. Anche i prestiti alle PMI hanno costi alquanto elevati e percentuali vicine a quelli dei consumatori. 

Rispetto alle medie delle diverse categorie di asset e di aspetti considerati, il quadro che ne risulta per il nostro paese è desolante. L’unica considerazione mitigante può essere il fatto che le banche italiane che hanno contribuito alla ricerca sono il gruppo più numeroso (14), seguite dalle banche polacche (10), spagnole (9), tedesche e svedesi (7).

Per quanto riguarda la percentuale di recupero lordo (cioè sul valore nominale del credito) nei confronti delle PMI, in Italia è pari a 25.8%, valore che ci pone tra gli ultimi della classe insieme alla Romania, all’Estonia, alla Repubblica Ceca e a Cipro, e poco davanti a Polonia, Irlanda e Grecia, ma molto lontani dalla Spagna (66,3%), dal Lussemburgo (74,9%), dai Paesi Bassi (64%) e dalla Svezia (68,5%). Lo stesso avviene per i crediti corporate, per i quali il nostro valore lordo di recupero (32,3%) è lontano da quello della Svezia (92%), della Danimarca (95,2%) e dei Paesi Bassi (67,5%). 

Se poi guardiamo al valore netto, togliendo cioè i costi del recupero in via giudiziale, il divario del nostro Paese con la media Ue e con gli Stati più virtuosi si accentua: il nostro 19,6% per i crediti verso le PMI è lontanissimo dal 74,3% del Lussemburgo, dal 67,7% della Svezia, dal 63,3% dei Paesi Bassi, e dal 64,2 % della Spagna. Nel settore dei crediti corporate la situazione è ancora peggiore. 

Ma anche per i crediti garanti CRE e RRE, lordi e netti, pur essendo più vicini alla media Ue, siamo lontanissimi dai paesi più virtuosi, i “soliti” Paesi Bassi, Lussemburgo, Danimarca. 

Dove siamo al top è – purtroppo – nei tempi di recupero: 6,4 anni per i crediti verso le PMI, contro una media Ue di 3,2 anni, a fronte di poco più di un anno e comunque meno di due per Finlandia, Germania, Paesi Bassi e Lussemburgo. Siamo tra i primi anche per i tempi di recupero dei crediti corporate: 5.3 anni, a fronte di poco più di un anno per Lussemburgo, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia e Finlandia. Lo stesso avviene per i crediti CRE, per il cui recupero impieghiamo quasi 6 anni quando tanti Stati membri stanno ben sotto i due anni.

L’unico aspetto sul quale siamo nella media riguarda i costi giudiziali, definiti come la percentuale del costo di recupero rispetto al valore nominale del credito. Qui i nostri costi, comprensivi degli onorari dei legali, sono molto bassi.

Una seconda parte ampia e molto interessante del rapporto dell’EBA è poi dedicata all’incrocio di questi dati quantitativi con quelli raccolti lo scorso anno dalla Commissione nel corso di un’analisi qualitativa dei sistemi nazionali di enforcement, che sono stati inquadrati in un disegno più ampio comprendente, tra l’altro, la situazione macroeconomica e il PIL pro-capite degli Stati membri. Da questo incrocio si ricavano le caratteristiche dei sistemi normativi più favorevoli al recupero per gli istituti di credito, in particolare (i) la previsione di procedure extra-giudiziali per l’escussione delle garanzie, (ii) l’assenza di lunghe moratorie che ritardino il recupero dei crediti garantiti, (iii) la presenza di comitati dei creditori nelle procedure, (iv) l’assenza di privilegi a favore di alcuni creditori (Stato, sistemi previdenziali, dipendenti), (v) la considerazione del futuro flusso di cassa del debitore nella valutazione dell’opportunità di avviare procedimenti concorsuali e, per alcune categorie di crediti, (vi) la presenza di procedure di ristrutturazione e vendita anticipate (“pre-pack”) e (vii) la specializzazione dei giudici.

Quest’ultima parte ci indica chiaramente dove e come possiamo intervenire per migliorare il nostro sistema di enforcement in chiave di maggiore efficienza nel momento in cui siamo chiamati ad attuare, tra l’altro, una riforma del sistema giudiziario, e ci danno un’ulteriore e chiara chiave di lettura della posizione di molti Stati membri nei nostri confronti circa la nostra capacità di investire i fondi messi a disposizione da tutti nel quadro del Next Generation EU.