Recovery Plan tra innovazione e occupazione

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Abbiamo già ricordato come un elemento critico del Recovery Plan, esplicitamente riconosciuto dal governo, sia relativo alla necessità di assicurare che l’effetto moltiplicatore dello stimolo fiscale non si disperda; magari per l’acquisizione di professionalità, know-how, capitali provenienti da paesi esterni, anche da fuori Ue. Ma esiste anche un altro problema: assicurare il massimo impatto sull’occupazione.

In particolare, ci pare critico bilanciare il grado di innovazione tecnologica, necessaria per aumentare la produttività del sistema economico e spingerlo verso la frontiera delle possibilità produttive, con l’esigenza di accrescere l’occupazione, per ridurre l’impatto già negativo della pandemia e migliorare una distribuzione del reddito già sufficientemente sbilanciata da ostacolare la crescita. Una scommessa, quella di conciliare le due esigenze, sempre difficile. Ma possibile e realistica oggi tramite il NGEU.

Dal 1959 al 2015 (è la serie ad oggi disponibile dei dati Istat) il numero di occupati di genere maschile nell’economia italiana è diminuito di quasi un milione, contro un aumento degli occupati di genere femminile pari a 3 milioni di unità ed un incremento netto quindi di circa due milioni. A fronte di questo aumento degli occupati, data la crescita della popolazione, nello stesso periodo il numero di persone in cerca di un’occupazione è raddoppiato per gli uomini (da 900mila a 1 milione e settecentomila) e più che raddoppiato per le donne (da 600mila a 1 milione e trecentomila). Come risultato, il tasso di disoccupazione è cresciuto ad oltre il 10%.

Non stupisce che i consumi in Italia, nel periodo 1995-2019 siano diminuiti del 7%, e che il crollo degl’investimenti privati del 24% dal 2009 al 2019 sia stato generato in gran parte da aspettative negative su una domanda interna asfittica ed una domanda estera in alcuni periodi estremamente incerta. Da qui l’esigenza di far ripartire anche l’occupazione; sia quella skilled, cruciale per alimentare un’adeguata offerta di risorse umane in grado di gestire le transizioni digitale, ecologica, etc; sia quella unskilled.

Se il problema principale del paese è che negli ultimi 25 anni la produttività totale dei fattori è rimasta invariata, oltre a puntare su infrastrutture in grado di accrescerla servono innovazione tecnologica, per assicurarci prospettive competitive globali nel lungo periodo; e uno sguardo attento al mercato del lavoro che accresca il grado di occupazione delle risorse umane alle quali si applica poi la produttività.

Per fortuna, quegli stessi settori che già suggerivamo essere a più alta capacità di trattenere i moltiplicatori fiscali (edilizia, turismo, cultura, difesa del territorio, educazione/formazione, etc), sono anche quelli maggiormente labour-intensive, ad alta intensità di occupazione; e quindi meglio attrezzati ad assorbire risorse umane, sia skilled sia unskilled, a fronte della inevitabile riduzione che seguirà gl’investimenti in settori ad alta intensità di capitale.