Recovery Plan: linee guida, buoni propositi e cattive tentazioni

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In due soli giorni, la settimana scorsa, sono uscite le linee guida del governo sul PNRR (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), che dovrebbe indicare come il paese intende impegnare le risorse del Recovery Plan nei prossimi 5 anni, e (il giorno seguente) le linee guida della Commissione Europea, che dovrebbero indicare ai singoli paesi come costruire i PNRR in modo da essere coerenti con le indicazioni stabilite collegialmente.

Linee guida Italia
NextGenerationEU__Commission_presents_next_steps_for__672.5_billion_Recovery_and_Resilience_Facility_in_2021_Annual_Sustainable_Growth_Strategy_

 

Una sequenza curiosa. Tanto da far sorgere il sospetto che i due livelli (quello nazionale e quello europeo) siano incapaci di un vero dialogo costruttivo e comune.

È vero che le indicazioni fornite in entrambi i documenti sono convergenti; ma è altrettanto vero che la rappresentazione fornita dai due documenti, soprattutto dal primo, assomiglia più ad un balletto sceneggiato per il dibattito politico ed i media piuttosto che un’indicazione concreta di azione. Un po’ come il bel discorso della Presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen: ricco di potenza evocativa, un po’ scarno quanto ad indicazioni concrete.

Tre le “linee strategiche” individuate nel piano nazionale: modernizzazione del paese; transizione ecologica; inclusione sociale e parità di genere. Declinate in nove “direttrici d’intervento”: digitalizzazione; infrastrutture sicure ed efficienti; sostenibilità; economia più verde e resiliente; sostegno alle filiere produttive; una Pubblica Amministrazione al servizio del cittadino e delle imprese; maggiori investimenti in istruzione, formazione, ricerca; un paese più equo e inclusivo; un ordinamento giuridico più moderno ed efficiente.

Difficile non vedere in queste “linee strategiche” e “direttrici d’intervento” tutto quello che è stato già ampiamente detto e auspicato nei decenni passati. Chi non vorrebbe un paese più moderno e sostenibile, con una struttura economica e sociale inclusiva, una pubblica amministrazione ed infrastrutture digitali e di trasporto efficienti? Il problema è capire quali azioni e strumenti effettivi mettere in campo per realizzare tali obiettivi. Perché, letti così, ci sta dentro tutto e il contrario di tutto. Si può finanziare il Ponte sullo Stretto e il salvataggio di Alitalia; l’Alta Velocità e l’asilo sotto casa; si può investire in una infrastruttura digitale innovativa o promuovere l’impianto di una piantagione di rape negli orti comunali.

Osservazioni caustiche, mi rendo contro. Ma l’esperienza c’insegna a dubitare. Specialmente quando lobby politico-economiche spingono verso tentazioni meno orientate all’attenzione al futuro del paese. Anche perché oltre a tener conto delle scarne indicazioni fornite dalla Ue per il 2020 (che sembrano essere state scritte apposta per lasciare aperta ogni indicazione cocnreta), occorre tener presenti anche quelle per l’anno precedente, ben più articolate, corpose e precise. Il più grosso errore che possiamo compiere, con le risorse del Recovery Plan, è guardare al passato, ai progetti mai finanziati e da riesumare; invece che progettare una strategia di sviluppo coerente e rivolta al futuro. Ai progetti già nati morti, piuttosto che ad immaginare sistemi di infrastrutture

Vedremo se il 15 ottobre (data a partire dalla quale si possono presentare i piani) il paese sarà pronto ad indicare concretamente quali investimenti realizzare, senza aspettare in zona cesarini l’arrivo del 15 aprile (ultima data disponibile). Anche perché il 10% delle risorse che ci sono state assegnate arriveranno solo quando il piano sarà stato presentato ed approvato; e il Ministro Gualtieri ha già imputato quel 10% all’esercizio finanziario in corso; una prova di coraggio che speriamo sia di sprone a completare il lavoro con serietà, lungimiranza e rispettando le indicazioni della Commissione. E possibilmente in fretta.