Recovery Plan: il campanello d’allarme di Spagna e Portogallo

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Edvard Munch: 'Skrik'

I due Paesi hanno annunciato che non accetteranno i prestiti del Recovery Plan e che prenderanno solo i sussidi. È un campanello d’allarme che andrebbe ascoltato con attenzione e che induce a una serie di considerazioni.

Martedì 20 ottobre è stata una giornata storica per l’Unione europea, che ha portato a casa con successo la prima tranche di emissione di titoli a finanziamento del piano Sure: richieste per 145 miliardi sull’offerta di 10 miliardi di titoli a 10 anni; e 88 miliardi di domanda per i 7 di emissioni a 20 anni. Ciò ha consentito di abbassare il rendimento dei due titoli a -0.238% per il titolo a 10 anni e allo 0.131% per quello a 20. Un’emissione decisamente vantaggiosa, che induce all’ottimismo per quelle che seguiranno, anche in vista del finanziamento del Next Generation Eu.

Eppure, qualche dubbio comincia a serpeggiare sul rischio di un’ulteriore esplosione del debito sovrano in Europa, tanto che a fine settembre il premier portoghese Antonio Costa aveva affermato che il suo paese non avrebbe fatto ricorso alla parte dei prestiti (che ammontano, lo ricordiamo, a 360 miliardi di euro) previsti all’interno della Recovery and Resilience Facility, ma solo ai sussidi a fondo perduto. Una decisione ipotizzata anche dalla Spagna, ventilata dalla Francia e sostenuta in Germania dai Verdi.

Si tratta di un campanello d’allarme che andrebbe ascoltato con attenzione; e che induce ad almeno tre considerazioni. La prima: ogni prestito determina un aggravio della condizione finanziaria di un paese. La valutazione sull’opportunità di farvi ricorso dovrebbe sempre essere attenta agli impieghi che si intendono fare. Se vengono utilizzati per investimenti in grado di generare flussi di reddito ampi e duraturi nel tempo, tali da risultare nettamente superiori agli esborsi per le rate del prestito, ha senso contrarli. Ora, è vero che l’attuale situazione dei bassi spread di Portogallo (77 punti base) e Spagna (76 punti base) riduce la convenienza ad accedere ai prestiti europei, rispetto ad esempio all’Italia. Ma si tratta pur sempre di un guadagno in conto interessi che si può ragionevolmente immaginare intorno (almeno) al mezzo punto percentuale annuo. Se intendono rinunciare a questo vantaggio significa non tanto che hanno timore ad incrementare ulteriormente il debito, ma che ritengono improbabile riuscire a mettere in cantiere progetti d’investimento realizzabili in quattro anni (l’orizzonte temporale del NGEU) e capaci di creare un valore aggiunto consistente tale da superare gli esborsi. Questo, per l’Italia, significa che se il nostro margine di convenienza è più ampio, avendo uno spread di oltre 130 punti base, è tuttavia ancora più necessario individuare con attenzione i progetti realizzabili in tempi brevi e ad alto valore aggiunto, capaci di generare buoni moltiplicatori di spesa. Un’operazione estremamente complessa, che non ci pare in questo momento sia presa nella dovuta considerazione. E che, se fallisse, porterebbe davvero ad aggravare nel tempo la posizione finanziaria del paese quando, in futuro, finirà l’ombrello degli acquisti illimitati da parte della Bce e tornerà l’esigenza di finanziare la spesa corrente sui mercati finanziari internazionali.

Seconda considerazione: questa nuova ondata di contagi sta mutando (e rischia ancor più di mutare nei prossimi mesi) gli effetti economici della pandemia, rendendo forse obsoleto (nel senso di non più coerente con una situazione di collasso economico che domani potrebbe essere completamente diversa) l’accordo raggiunto a luglio. Certo, l’accordo di luglio è inciso sulla pietra, inamovibile perché è improbabile trovare nuovi accordi all’unanimità; ma non è ancora stato reso operativo. E le trappole sullo stato di diritto e l’approvazione del bilancio pluriennale, oltre che l’adozione di un nuovo e più ambizioso schema di risorse proprie, non assicurano che esso sia completamente acquisito, soprattutto in tempi brevi. Ma soprattutto, non è detto che le risorse siano sufficienti alla ripresa, che non si debba cioè mettere mano nuovamente al portafogli, e che l’Italia debba essere ancora destinataria della maggior parte dei fondi europei.

Terzo: la creatività è la migliore ricetta per affrontare periodi di assoluta incertezza, come questo. La Ue, con le sue procedure di decisione collettiva affidate al raggiungimento dell’unanimità nel Consiglio europeo, non è attrezzata alla flessibilità necessaria in situazioni in rapida evoluzione. Per questo sarebbe utile esplorare la trasformazione del Mes in un fondo per la crescita ed in prospettiva in un Tesoro europeo. Così come potrebbe essere venuto il momento di dare ascolto a chi, nei mesi e settimane scorse, ha suggerito il ricorso all’emissione di titoli perpetui. Non tanto per finanziare il NGEU, che è stato concepito come intervento d’emergenza, nell’ottica di una ripresa di breve periodo; e che seguirà ormai le procedure previste. Ma un eventuale nuovo e più ampio piano di ricostruzione dell’economia europea con progetti a più lunga scadenza, riprendendo magari l’idea che aveva ispirato nel 1993 la proposta di titoli indicizzati al Pil di Robert Schiller (poi Premio Nobel per l’economia) nel volume Macro markets: creating institutions for managing society’s largest economic risks.