Recovery Plan: Grecia, Spagna e quel velato appello all’Italia

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Mitsotakis e Sánchez dialogano con Florian Eder al Delphi Economic Forum

Si è aperta lunedì ad Atene la consueta conferenza annuale del Delphi Economic Forum, che impegna pubbliche amministrazioni, società civile, accademici ed imprese in una riflessione collettiva sulle sfide emergenti relative al bacino del Mediterraneo. Star della prima giornata di lavori il premier greco Mitsotakis e quello spagnolo Sánchez. Politicamente schierati su fronti politici opposti, si sono trovati uniti nel dichiarare che il Next Generation EU rappresenta un’opportunità per cambiare l’intera concezione della politica fiscale dell’Unione Europea. Dichiarazioni importanti, rivolte sicuramente (anche) a Bruxelles; ma soprattutto all’Italia.

I due leader hanno affrontato parecchi temi, a cominciare dal certificato verde, cruciale per la ripresa economica di due paesi fortemente legati al turismo; ma hanno soprattutto ricordato come l’impegno ad affrontare (in particolare) la transizione ecologica e quella digitale con risorse comuni, se avrà successo, non possa che portare ad una stabilizzazione dello strumento del debito collettivo. Non ad una mutualizzazione dei debiti pregressi, come in passato qualcuno ha accusato i due paesi di perseguire, ma per ricorrere insieme, come Unione Europea, ai mercati per finanziare svolte epocali dell’economia e la società europee, per investimenti strategici coordinati.

Mitsotakis e Sánchez sanno bene che è sugli Stati nazionali che ricade la responsabilità dell’attuazione del Recovery e la fine di un atteggiamento di rigore da parte di Bruxelles, volto esclusivamente al consolidamento fiscale. Per questo hanno messo l’accento sulle responsabilità che ciascuno dei due paesi ha nel mostrare che la via del debito collettivo per gl’investimenti è la strada giusta da perseguire; perché l’accordo raggiunto a luglio dal Consiglio avvii una nuova fase nella politica economica europea.

Un messaggio certo rivolto alle istituzioni dell’Unione, chiamate a rendere il NGEU permanente. Ma anche agli altri paesi, sui quali ricade il peso della responsabilità del futuro dello strumento. Primo fra tutti l’Italia, con oltre il 35% di risorse europee da gestire in 5 anni.

Non vi tornano i conti? Facciamoli insieme. Il Recovery varato a luglio prevedeva un impegno complessivo di 750 miliardi di euro: 360 sotto forma di prestiti e 390 di sovvenzioni (di cui 312,5 sul Dispositivo per la ripresa e la resilienza, 45 sul React EU, etc). Tuttavia, a parte l’Italia che ne ha chiesti 122,6 miliardi, solo pochi altri paesi hanno fatto domanda di accedere anche alla componente dei prestiti (né Francia né Spagna, ad esempio). Questo significa che l’ammontare effettivo del Recovery sarà di 390 (in sovvenzioni, che naturalmente tutti i paesi prendono) più circa 150 (invece che 360) miliardi di prestiti (l’importo definitivo lo sapremo solo quando saranno stati presentati tutti i piani nazionali). Da qui la percentuale stratosferica sul totale che sarà gestita dall’Italia (191,5 su circa 540 miliardi, ossia più del 35%).

Un dato che suggerisce come la decisione dell’Europa di rendere stabile il ricorso a questo tipo di strumento, cruciale per ridurre i ritardi di sviluppo che caratterizzano i paesi dell’Europa mediterranea, dipenderà dal suo successo nel nostro paese. Insomma, la partita del Recovery italiano non è solo nazionale. Da essa dipende la sorte delle scelte di politica economica che caratterizzeranno l’intera Unione Europea nei prossimi decenni; e in fondo, come suggerito dai due premier ad Atene, dell’intero processo d’integrazione europea.