Recovery Plan: effetto sostituzione e poche idee nuove

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Frontespizio della bozza di PNRR

Leggendo i giornali sembra che la Grande Notizia sia la bozza di Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza (PNRR) fatta circolare dal governo. Si tratta certo di un passo avanti rispetto alle Linee Guida di settembre. Si indicano con maggiore precisione gl’impegni di spesa per ciascun ambito d’intervento. Bene.

Allo stesso tempo, non si vedono ancora all’orizzonte i progetti concreti, cantierabili, sostenibili, monitorabili e rendicontabili entro il 2026 legati a quelle risorse. E soprattutto specifici, non generici come ancora oggi sono. Che vadano in una direzione strategica precisa, non in direzioni opposte (ma qualcuno, benignamente, potrebbe dire ‘complementari’).

Tanto per fare un esempio, vogliamo continuare a potenziare i grandi attrattori turistico-culturali (che hanno comunque una loro forza di mercato e che hanno creato in passato seri problemi di congestione); oppure un turismo diffuso, basato sul recupero dei piccoli borghi, magari legati in una logica sistemica? Perché si tratta di due modelli alternativi. Capaci forse di intercettare segmenti diversi della domanda. Ma allo stesso tempo, essendo le ricorse scarse, non sarebbe stato meglio scegliere una direzione precisa piuttosto che distribuirle sempre in una logica ecumenica?

Il PNRR sembra ciò che sembrava a settembre il documento da oltre 600 miliardi: un calderone di idee vecchie, alle quali qualcuno ha aggiunto qualche goccia di innovazione per dare un taglio più nuovo all’abito. Insomma, il PNRR è un documento ancora palesemente in costruzione; e considerando che siamo quasi a metà dicembre, qualche preoccupazione fa fatica a non emergere.

Ma soprattutto, come ha osservato Fubini sul Corriere, la bozza di PNRR ha spazzato via in un sol colpo 90 miliardi di risorse. Perché non saranno aggiuntive, rispetto agli investimenti già programmati dal governo, ma sostitutive, perché andranno a finanziare impegni già presi. Una manovra comprensibile, se la si guarda nella prospettiva dei mercati finanziari che dovranno continuare ad acquistare il nostro debito pubblico (reso così, almeno nel breve-medio periodo, meno insostenibile). Ma suicida se si pensava di poter far ripartire l’economia con investimenti ad alto valore aggiunto ed elevati moltiplicatori fiscali, in grado di porre il paese su un sentiero stabile di crescita sostenuta.

Può darsi che il diktat sia arrivato da Bruxelles; e in questo caso sarebbe utile saperlo, perché ridurrebbe parecchio la portata storica del Recovery Plan. Ma temiamo che il suggerimento sia arrivato dal governo stesso, preoccupato per la tenuta dei conti pubblici e per una cronica inefficienza del sistema Italia nella spesa dei fondi europei che evidentemente induce a ridurre il loro peso effettivo. Un’occasione, insomma, colta apparentemente in modo timido. Sia come ambizione sia per l’incapacità di compiere scelte strategiche. Un’occasione colta solo a metà; che rischia di non modificare il sentiero di crescita dell’Italia rispetto agli altri paesi europei nei prossimi anni.