Recovery Plan e risorse proprie: l’equivoco su cui si gioca il destino dell’Unione europea

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Accrescere le risorse proprie deve quindi far riferimento alla creazione di una genuina capacità fiscale dell’Unione europea. [Images Money/Flickr]

Sulle cosiddette risorse proprie si gioca il destino dell’Unione europea. Solo che il termine è estremamente equivoco, come cercheremo di spiegare. Fare chiarezza sul tema delle risorse che verranno utilizzate per finanziare il piano di ripresa aiuta a comprendere la reale portata, economica e politica, della posta in palio nel processo d’integrazione europea nei prossimi anni.

La decisione del Consiglio europeo di luglio di varare un massiccio piano d’intervento espansivo – volto a spingere contemporaneamente sulla domanda e sull’offerta, adeguando il sistema produttivo ed infrastrutturale alle sfide del futuro e ad un modello di sviluppo sostenibile in termini ambientali, sociali, finanziari – prevede il finanziamento del Recovery Plan con emissione di debiti collettivi da parte della Commissione.

A sua volta, questa emissione di titoli sarà garantita dal bilancio pluriennale della Ue. Un bilancio già oggi alimentato da risorse proprie; solo che queste risorse non sono proprie in senso stretto; non sono cioè dell’Unione europea. La Ue non ha capacità impositiva diretta e non raccoglie imposte, a parte quote marginali di Iva e alcuni dazi sulle importazioni. Le risorse del bilancio Ue derivano quindi essenzialmente dai contributi nazionali, calcolati in base al reddito delle economie dei paesi membri (pari all’1,2% del reddito nazionale lordo; all’1,4% se passa la decisione di adeguarlo al rialzo per i problemi derivanti dalla Brexit).

Il problema nasce dal fatto che tali contributi non sono sufficienti a garantire che le agenzie di rating considerino sostenibile lo sforzo di finanziamento ulteriore previsto dal Recovery Plan per ottenere una valutazione ‘tripla A’ sui titoli emessi (che permetterebbe ai titoli collettivi di spuntare sui mercati finanziari un costo molto basso). La Commissione ha pertanto chiesto agli Stati membri di aumentare il margine di ricorso alle risorse proprie dello 0,6%, portandolo al 2% del reddito.

E qui sta l’equivoco, sul quale come dicevo si gioca il destino dell’Unione europea. Perché se per risorse proprie si continueranno a considerare unicamente i contributi nazionali è facile prevedere come in molti paesi risorgeranno le narrazioni (e le rivendicazioni politiche) anti-Ue; quelle che in un’ottica meramente contabile guardano ai contributi netti (quanto si versa alla Ue e quanto se ne riceve in fondi diretti e indiretti). L’Italia da questo punto di vista è a rischio, visto che risulta da qualche anno un contributore netto.

Accrescere le risorse proprie deve quindi far riferimento alla creazione di una genuina capacità fiscale dell’Unione europea. Attraverso imposte già individuate e proposte dalla Commissione: tassa sulla plastica; sulle grandi piattaforme e servizi digitali; sulle emissioni di CO2 (compresa quella sull’aggiustamento alla frontiera, che grava sulle importazioni da paesi con elevate emissioni di CO2); sulle transazioni finanziarie, da destinare direttamente alla Ue, che non passino quindi dai bilanci nazionali. Ed altre ancora che si possono ipotizzare.

Solo in tal modo, creando un’autonoma capacità impositiva alla Ue, sarà possibile uscire dalla logica emergenziale dell’intervento straordinario e fornire all’Unione gli strumenti per sostenere la ripresa nel tempo; e magari avviare una sua politica economica anticiclica.

Ora, è vero che la decisione sulle risorse proprie (articolo 311 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea) spetta al Consiglio, che delibera all’unanimità. Ma è anche vero che tale decisione deve essere poi ratificata da ciascun Parlamento. Nel 2013 (l’ultima volta che fu messo mano alle risorse proprie) i Parlamenti nazionali impiegarono oltre due anni per accettare il nuovo sistema. Oggi non possiamo aspettare un tempo così lungo, incoerente con l’urgenza di rispondere alle emergenze innescate dalla pandemia.

In questa ottica, il Parlamento europeo – con la forza della legittimità popolare di tutti i cittadini europei – può giocare un ruolo cruciale. Promuovendo un confronto inter-istituzionale (col Consiglio) e con i Parlamenti nazionali (magari nella forma di assise interparlamentari, già proficuamente utilizzate in passato) per ridurre i tempi del dibattito e le opzioni in campo, agevolando così l’entrata in vigore dell’accordo che verrà raggiunto.