Recovery Plan: dove eravamo rimasti

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[EPA-EFE/PATRICK SEEGER]

In attesa che Draghi sciolga le sue riserve sulla formazione del governo, pare opportuno fare il punto su quale sia l’ultima ipotesi, presentata dal governo precedente e rimasta in sospeso dopo la crisi, rispetto al Recovery Plan. A questo proposito, consigliamo il documento redatto dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, in audizione informale alle Camere ieri, 8 febbraio.

Una relazione che, nella sua analisi tecnica, appare spietata. Accusando il documento (che tuttavia, ricordiamo, doveva essere funzionale ad una negoziazione politica) di una sostanziale e diffusa indeterminatezza, inconcepibile a due mesi dalla scadenza per la presentazione a Bruxelles.

Audizione-UPB-su-PNRR

 

L’ultima versione del Recovery Plan italiano aveva, a nostro avviso giustamente, cercato di ragionare in un’ottica di risorse complessive (e quindi di investimenti da attivare) fra il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza, il React EU, il bilancio pluriennale. In tutto, per una somma ricalcolata (sembra che come base di calcolo verranno utilizzati i dati 2019, invece che quelli del 2018) a 311,9 miliardi di euro; così ripartiti:

 

Next Generation EU: 223,9 miliardi di euro

  • Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza (RRF): 196,5 miliardi
  • React EU: 13 miliardi
  • 14,4 miliardi dall’aspettativa di risorse derivanti da fondi privati e/o depositi precauzionali in caso di non approvazione di tutti i progetti presentati. In pratica, si tratta della differenza fra l’espansione del deficit di bilancio 2021 (39 miliardi) e 24,6 miliardi di maggior deficit delle amministrazioni pubbliche.

Fondi strutturali e di coesione: 7,9 miliardi

Programmazione nazionale: 80,1 miliardi

 

Per quanto riguarda gl’impieghi, per la parte del PNRR (originariamente fissata a 209,5 miliardi), si tratta di 122 miliardi di interventi aggiuntivi rispetto al quadro tendenziale di finanza pubblica (di cui 68,9 miliardi da sovvenzioni RRF, 13 miliardi da sovvenzioni React EU e 40,1 miliardi da prestiti RRF). Ai quali aggiungere ulteriori 87,5 miliardi di prestiti sostitutivi (di cui 47,4 in prestiti RRF), per spese (o minori entrate, tipo le contribuzioni per regioni svantaggiate) già impegnate (tra le quali spiccano le reti infrastrutturali di trasporto su rotaia e digitale). Come descritto nella relazione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio:

“appare […] un certo grado di indeterminatezza o di ambiguità, che concerne, in particolare, tanto gli utilizzi aggiuntivi (per 14,4 miliardi) inseriti all’interno del Piano sia in riferimento a un possibile “effetto leva” che per costituire “margini di sicurezza” al fine del pieno utilizzo delle risorse europee, quanto le risorse (per 21,2 miliardi) che riguardano l’anticipazione del FSC [il Fondo di Sviluppo e Coesione] per il periodo 2021-27. In particolare, andrebbe fornita una distinzione quantitativa tra risorse PNRR europee, risorse private attratte, risorse costituite come margine di sicurezza nonché andrebbero chiariti gli aspetti relativi all’anticipo e reintegro del FSC. Con le informazioni disponibili, infatti, non è possibile comprendere le implicazioni che le annunciate decisioni contenute nel PNRR, e in particolare quella relativa al FSC, abbiano per le grandezze di finanza pubblica.”

Inoltre (p. 13):

“ci si aspetta che nel PNRR definitivo venga presentata una specificazione del profilo temporale delle risorse che sono esposte in modo concentrato come somma delle disponibilità, da un lato, e degli utilizzi dall’altro. Sarebbe quindi opportuno fornire lo sviluppo temporale dell’utilizzo delle risorse PNRR nei singoli anni del periodo 2021-26”ò

Insomma, sulla base dell’attuale Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza, probabilmente il più importante documento di programmazione economica dell’Italia repubblicana, risulta praticamente impossibile effettuare valutazioni affidabili sull’impatto macroeconomico del NGEU. È proprio questo invece il punto da chiarire, per comprendere se esiste ancora un futuro per l’Italia, nello stretto pertugio di ripresa che si è aperto, grazie alla solidarietà europea, fra le due montagne: il debito pubblico crescente e l’inefficienza strutturale del paese. Questo è il primo compito che attende Draghi, se accetterà l’incarico ed otterrà la fiducia del Parlamento.