Recovery Plan: città protagoniste del futuro in Europa

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Che le città debbano essere le protagoniste della ripresa economica, culturale, sociale del paese e dell’Europa intera non c’è alcun dubbio. I dati ci dicono che saranno proprio le città, i sistemi locali, le comunità ad essere attrici della crescita qualitativa nella quotidianità del nostro futuro. Solo a livello di comunità locali è possibile dare concreta attuazione agli obiettivi fissati dalla Commissione europea: transizione ecologica ed energetica, digitalizzazione, economia circolare, partecipazione attiva, etc.

Città ripensate, tuttavia. Reingegnerizzate. Riscritte in termini urbanistici e di infrastrutture di connessione col territorio e fra le varie funzioni che si svolgono al loro interno. Hanno fatto dunque bene molti ex-sindaci di grandi città italiane a porre la questione della ‘messa a terra’ dei fondi del Next Generation EU, che passa in gran parte proprio per la riqualificazione delle città.

Allo stesso tempo, le proposte sono generiche, tardive ed insufficienti.

Non è questo il momento di soffiare sul fuoco dello scontro politico sul Recovery Plan aggiungendo ulteriore confusione: è il momento di selezionare i progetti da inserire nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza da presentare alla Ue per il finanziamento; fatto di specifiche azioni, tempistiche accurate e stringenti, monitoraggio degli indicatori per la valutazione degli stati di avanzamento, certezza della rendicontazione. Una lettera piena di indicazioni lodevoli, quindi, ma inutilmente generiche, in questo momento.

Una richiesta tardiva, inoltre. Perché è da luglio che sappiamo di dover spendere queste risorse. Era forse quello il momento di pretendere una governance del sistema di decisione dei progetti e di spesa che assicurasse il pieno coinvolgimento degli enti locali, naturalmente assistito da proposte progettuali valide.

Ed è una richiesta insufficiente, perché la reingegnerizzazione degli spazi e delle modalità di erogazione dei servizi a livello di aree metropolitane richiede ben altre risorse ed un orizzonte temporale più ampio di quello assicurato dal Recovery Plan. Servono innovative infrastrutture digitali, di trasporto, culturali, sociali, sanitarie, economiche, educative. Servono risorse immani, che tra l’altro non riguardano solo il contesto italiano, ma europeo e per molti versi globale.

Lo scorso anno, subito prima dello scoppio della pandemia, i sindaci delle grandi città europee avevano sottoscritto un documento per chiedere alla Ue risorse massicce per rilanciare le città. Poche settimane dopo, in pinena emergenza sanitaria, avevamo suggerito che, in questa ottica, fosse opportuno esplorare la possibilità di utilizzare le smisurate risorse potenziali del Meccanismo Europeo di Stabilità, in grado di mobilitare oltre 4 trilioni di euro su un orizzonte temporale di dieci anni. Quella è, ancora oggi, la grande scommessa su cui lavorare.