Recovery: l’ottimismo della volontà

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Il Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza è stato approvato mercoledì dal Parlamento italiano. Andrà oggi ad aggiungersi (insieme a Francia e Spagna) a quelli già presentati da Portogallo, Grecia, Germania e Slovacchia. Sono i piani nazionali necessari per accedere alle risorse del Next Generation EU, il piano di ripresa da 750 miliardi varato a luglio scorso dal Consiglio Europeo.

La presentazione dei piani nazionali non è l’unico scoglio. Tutti i paesi devono ratificare la decisone sull’aumento delle risorse proprie, necessario per garantire alla Commissione di poter accedere ai mercati finanziari per l’emissione collettiva di obbligazioni con le quali finanziare il piano. La Finlandia, il cui governo appare indebolito da divisioni interne proprio sulla gestione del piano, ha alzato l’asticella per la ratifica, ed ha deciso di imporre al Parlamento finlandese una maggioranza qualificata dei due terzi per la votazione, che fonti interne indicano dovrebbe avvenire nella seconda settimana di maggio. Non sono dunque finite le ansie procedurali per l’adozione del piano.

Ma quello che preoccupa di più è la sua implementazione; soprattutto in Italia. È la prima volta che il paese si trova a dover programmare un piano di investimenti e riforme strutturali per più di 200 miliardi da realizzare in poco più di cinque anni. Investimenti e riforme che devono avanzare con un ritmo serrato, per non incorrere nelle penalità del monitoraggio di Bruxelles, che bloccherebbe immediatamente l’erogazione delle tranches di finanziamento successive.

Il Piano tuttavia è ancora in un una fase narrativa, non è un progetto esecutivo. Si parla più volte di “impatto significativo”, di “benefici territoriali trasversali”, senza però qualificarli nè quantificarli. Si indicano delle priorità, alcune delle quali assolutamente lodevoli, ma non (escluso per le infrastrutture) i singoli progetti, come si intende realizzarli, in quali tappe, con quali risorse, sotto la diretta responsabilità di chi.

È stata (re)inserita fra le priorità di progetto la realizzazione della linea alta velocità Palermo-Catania-Messina. Che avrebbe già dovuto essere realizzata con la programmazione dei fondi strutturali 2014-2020 e per la quale invece non siamo riusciti a spendere neanche un centesimo. Cosa assicura che oggi le cose saranno diverse, oltretutto con un orizzonte temporale per terminare l’opera ancora inferiore rispetto ai sette anni precedenti?

Vi sono inoltre ancora intere caselle da riempire, scatoloni con delle belle etichette, ma la cui definizione verrà poi affidata a Regioni ed Enti Locali attraverso specifici bandi. Ottima idea per il coinvolgimento diretto dei territori, ma presuppone capacità di rendere operative le priorità e connetterle a progetti specifici. Non a caso la Commissione aveva richiesto indicatori stringenti per ciascun progetto, in massima parte assenti nel PNRR italiano; una carenza che solo l’impegno personale di Draghi con Ursula von der Leyen probabilmente ha aiutato ed aiuterà a superare in modo politico.

La grande domanda dunque, ancora irrisolta, è se il paese sia in grado di raccogliere questa sfida, che ha effettivamente proporzioni gigantesche. La realtà è che, pur con tutte le difficoltà obiettive (soprattutto i tempi stretti) manca ancora un vero piano nazionale per la ripresa e la resilienza. Sappiamo bene come in economia giochino un ruolo cruciale le aspettative. Se sono negative qualsiasi espansione, monetaria e/o fiscale, è destinata all’insuccesso. Se sono positive anche un intervento minimo può portare uno straordinario effetto moltiplicatore sul reddito e l’occupazione.

La sensazione è che si stia affidando il futuro del nostro paese più che altro ad una nuova, diffusa narrazione; un ottimismo celebrativo, fondato essenzialmente sulle capacità e la credibilità personale di Draghi, che sottolinea gli elementi di discontinuità, di rottura, rispetto alle inefficienze del passato.

Rischia però di non essere sufficiente cambiare la narrazione pubblico-istituzionale ed aver messo Draghi a guidare un governo di partiti litigiosi e perennemente orientati all’orizzonte temporale delle prossime elezioni di turno per trasformare il Recovery Plan in un vero e proprio piano, in un’occasione di trasformazione e modernizzazione dell’economia e della società italiane. Serve un’assunzione di responsabilità collettiva, come hanno sottolineato Mattarella e Draghi stesso; che prima di tutto deve arrivare dalla classe politica che governa il paese, e dalle regioni e le amministrazioni locali, che diano il segno di voler coltivare il bene dei cittadini, non il consenso politico. Questo serve cambiare, accanto alla narrazione. Perchè non basta affidarsi all’ottimismo della volontà per sconfiggere il pessimismo della ragione.