Recovery Fund, gli ostacoli all’arrivo dei soldi in Italia

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Bandiere dell'Ue all'esterno della sede della Commissione europea. [NakNakNak/Pixabay]

Nonostante la diffusa opinione in Italia secondo cui arriveranno presto nel nostro paese 208,8 miliardi di Euro (81,4 miliardi di sovvenzioni e 127,4 miliardi di prestiti), gli ostacoli perché questo avvenga sono molti e, nella migliore delle ipotesi, solo una piccola parte del fiume di danaro che dovrebbe sorgere a Bruxelles arriverà a partire dal maggio del prossimo anno dopo l’esame della Commissione e del Consiglio dei programmi nazionali nel quadro del Semestre europeo.

Esso sarà suddiviso in tre rami diversi e programmi in parte nuovi e in parte appartenenti al bilancio europeo (sostegno alla ripresa fra cui React-EU, sviluppo rurale, fondo per una transizione giusta; rilancio dell’economia e sostegno agli investimenti privati tra cui lo strumento di sostegno alla solvibilità, InvestEU e dispositivo per gli investimenti strategici; trarre insegnamenti dalla crisi fra cui il programma per la salute, RescEu, Orizzonte Europa, Strumento di Vicinato, sviluppo e cooperazione, aiuti umanitari).

Essi costituiranno l’ammontare totale del Next Generation EU (750 miliardi di Euro), di cui fa parte lo European Recovery and Resilience Facility, ma che serviranno anche a rafforzare dei programmi dell’UE nell’ambito del Quadro Finanziario Pluriennale.

Una parte di queste risorse sarà preassegnata agli Stati, ma una parte servirà ad arricchire programmi comuni senza preassegnazione agli Stati e saranno ottenuti solo dai progetti migliori.

Questi sono gli ostacoli principali:

  • L’accordo politico raggiunto dal Consiglio europeo del 21 luglio deve tradursi in una decisione di carattere legislativo. Secondo le proposte della Commissione, lo European Recovery and Resilience Facility dovrebbe prendere la forma di un regolamento adottato – sulla base dell’art. 175 TFUE – a maggioranza qualificata dal Consiglio e dal Parlamento europeo (che giudica insoddisfacente la clausola sul rispetto dello stato di diritto) nel quadro della procedura legislativa ordinaria mentre gli altri programmi che concorrono a completare il Next Generation EU rientreranno nel Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027 che deve essere adottato all’unanimità dal Consiglio dopo l’approvazione del PE.
  • Il nuovo potere della Commissione di ricorrere ai mercati internazionali dei capitali per creare un debito pubblico europeo di 750 miliardi di Euro dovrà essere garantito, oltre che da una decisione del Consiglio, dal bilancio europeo con un aumento del massimale delle risorse proprie dall’1.2 al 2% del Reddito nazionale lordo dell’UE. Tale aumento dovrà essere deciso all’unanimità dal Consiglio e approvato dagli Stati membri secondo le loro regole costituzionali entro il 31 dicembre 2020 affinché la Commissione possa indebitarsi a partire dal 1° gennaio 2021 e in mancanza di questa decisione non potrà partire il Next Generation EU. Vale la pena di ricordare che il massimale delle risorse proprie del Quadro Finanziario Pluriennale 2014-2020, deciso dal Consiglio nel dicembre 2013, entrò in vigore dopo le ratifiche nazionali solo nell’ottobre 2016;
  • La decisione sul massimale delle risorse proprie è indispensabile per finanziare il quadro finanziario pluriennale;
  • Secondo l’accordo politico raggiunto dal Consiglio europeo il 21 luglio, il debito pubblico europeo dovrà essere rimborsato fra il 2028 e il 2058. Affinché non debba essere rimborsato dagli Stati membri attraverso i contributi nazionali, la Commissione ha annunciato la presentazione di un pacchetto di nuove risorse proprie che, secondo il Trattato, dovranno essere decise all’unanimità dal Consiglio, previa consultazione del PE, e approvate dagli Stati membri secondo le loro regole costituzionali. Le misure di esecuzione delle risorse proprie dovranno poi essere decise all’unanimità dal Consiglio previa approvazione del PE;
  • Last but not least, la maggior parte dei programmi europei con conseguenze finanziarie (38) dovrà essere fondata su regolamenti adottati dal PE e dal Consiglio secondo la procedura legislativa ordinaria prima dell’entrata in vigore del Quadro Finanziario Pluriennale.

Per consentire all’Unione di superare questi ostacoli con maggiore velocità e nel quadro di una rafforzata democrazia parlamentare a livello europeo e a livello nazionale abbiamo proposto al Parlamento europeo e al Parlamento italiano di seguire l’esempio delle “assise interparlamentari” che si svolsero nell’aula di Montecitorio a Roma nel 1990 alla vigilia delle Conferenze intergovernative che elaborarono il Trattato di Maastricht. Tali assise potrebbero svolgersi a Lisbona durante il semestre di presidenza portoghese del Consiglio UE.

Siamo peraltro convinti le nuove assise potrebbero aprire la strada ad un vero dibattito transnazionale sul futuro dell’Europa nel quadro della Conferenza europea facilitando la ricerca di un consenso sulla riforma dei trattati e ponendo al centro di questa ricerca il ruolo di leadership del Parlamento europeo.

Pier Virgilio Dastoli è presidente del Movimento Europeo Italia.