Recovery Fund: all’Italia più fondi del previsto, ma serve un’assunzione di responsabilità collettiva

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Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte informa il Parlamento italiano dell'accordo raggiunto nel Consiglio europeo sul Recovery Fund e sul Quadro Finanziario Pluriennale. [EPA-EFE/RICCARDO ANTIMIANI]

L’Ufficio parlamentare di bilancio, organo indipendente che vigila sui conti pubblici, ha stimato che all’Italia spetteranno sei miliardi di contributi in più rispetto a quanto annunciato immediatamente dopo l’accordo raggiunto sul Recovery Fund dal Consiglio europeo. L’Italia riceverà dunque non 81,4, ma 87,4 miliardi di euro. Ora tocca all’Italia assumersi le proprie responsabilità.

Le buone notizie sembrano non finire per il governo italiano, che ha scoperto di avere a disposizione sei miliardi di euro in più, una volta che il Recovery Fund sarà pienamente operativo.

Più che festeggiare, c’è però da riflettere. L’Unione europea, mai come in questa fase, sta mettendo a disposizione dell’Italia gli strumenti per riuscire a rilanciare un Paese oppresso da un debito pubblico enorme e da problemi strutturali endemici. Sicuramente vanno allora celebrati i fondi in arrivo, ma il come e quando essi saranno spesi sono il vero tema che riguarda la tenuta dell’Italia stessa.

Il motivo perché è stato “scoperto” che ci spetteranno sei miliardi in più, non è infatti dovuto ad un improvviso attacco di generosità, ma alla constatazione che le previsioni di calo del Pil italiano sono peggiori del previsto. il Fondo per la ripresa e la resilienza (Rrf), che vale 672,5 miliardi su 750 complessivi, sarà ripartito nel 2021 e 2022, come proposto dalla Commissione europea, in base a popolazione, Pil pro capite e tasso di disoccupazione medio del periodo 2015-19. Per il 2023 invece il tasso di disoccupazione negli anni dal 2015 al 2019 è stato sostituito dalla perdita di Pil reale nel 2020 e dalla perdita cumulativa nel 2020 e 2021.

I calcoli dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) si sono fondati sulle previsioni pubblicate ad inizio luglio dalla Commissione europea che vedevano l’Italia perdere l’11,2% del PIL. La previsione è dunque peggiore rispetto a quella contenuta nel Def (-8%), sulla base della quale era stato calcolato originariamente l’ammontare dei sussidi spettanti all’Italia.

Insomma, se ci vengono riconosciuti più fondi, è perché la situazione è peggiore del previsto. Una situazione di crisi tanto grave da richiedere uno sforzo di riforme e investimenti che probabilmente non ha precedenti nella storia repubblicana.

Al governo sarà richiesto allora di riuscire laddove nessun governo è riuscito prima, in tempi in cui non si è mai riusciti ad agire finora e con una quantità di risorse a disposizione mai avuta in precedenza. Se c’è una cosa che questo 2020 ci sta insegnando è che la parola “mai successo” non è per sempre e che le probabilità sono spesso sovvertite. Non è dunque certo il momento dell’autocommiserazione, o di vuote polemiche, ma è bene che inizi una seria riflessione sul futuro del Paese, fondata su basi di realtà.

La dura realtà ci dice infatti che l’Italia è tra i Paesi europei che riescono a spendere meno i fondi europei a disposizione. Stando al report della Commissione europea, infatti, l’Italia, su 75 miliardi di euro stanziati a suo favore dal bilancio 2014-2020, ne ha decisi 54 miliardi con progetti pari al 73% del totale e spesi solo 26 miliardi pari al 35% del totale. Fanno peggio dell’Italia solo la Romania e la Spagna. Il recente passato ci dice anche che l’Italia, non solo spende poco, ma lo fa anche con lentezza, a dimostrazione di una scarsa capacità di programmazione, e di difficoltà anche nell’implementazione tecnica dei programmi europei.

Tali difficoltà portano ad altri corollari non semplici da gestire. Le regioni italiane che riescono a usufruire più e meglio dei fondi europei sono spesso quelle più ricche e sviluppate, come Toscana, Emilia-Romagna o Piemonte, mentre il centro sud è ancora una volta in difficoltà, anche nella spesa di quei fondi di sviluppo regionale e di coesione che dovrebbero proprio servire a rilanciare le aree più depresse d’Europa.

A ciò si aggiunge il problema della criminalità organizzata, da non sottovalutare. Una tale quantità di denaro e gli investimenti in infrastrutture che saranno promossi non possono non far gola alle organizzazioni mafiose attive in tutta Italia – e in tutta Europa. Evitare dunque gli sprechi, le speculazioni e le irregolarità, che fin troppo spesso caratterizzano le grandi opere pubbliche italiane, rappresenta un’altra e ulteriore sfida per il nostro Paese.

I fondi europei potrebbero però essere proprio un veicolo per contrastare le infiltrazione mafiose. Come ha sottolineato recentemente il procuratore nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho, le mafie approfittano della sofferenza dell’economia, e quindi delle imprese, per infiltrarcisi e per potersene addirittura appropriare. “Laddove lo Stato e l’Europa,”  – continua Cafiero De Raho – “intervengono per aiutare la ripresa dell’economia, già si esclude in parte il rischio che le mafie intervengano con i propri fondi per appropriarsi da dentro delle imprese e quindi di infiltrarsi. D’altro canto vi è anche l’ulteriore finalità delle mafie, quella di intercettare i flussi finanziari che provengono dallo Stato e dagli altri enti pubblici”.

Al netto dei dati aggiornati e calcolati dal Upb, l’Italia, anche nel caso in cui le nuove risorse proprie dell’Ue non dovessero riuscire a coprire la somma raccolta dalla Commissione sui mercati, risulterebbe il principale beneficiario netto di Next Generation Eu. Ai 46 miliardi di beneficio netto per l’Italia, ampiamente la quota più alta tra gli Stati membri, fanno da contraltare Francia e Germania che contribuirebbero con un costo netto rispettivamente di 29,8 e 79,4 miliardi di euro.

Insomma, le scuse di un’Europa che ci sfavorisce in favore della Germania sono smentite, mai come questa volta, dai fatti. L’Unione europea, con tutti i suoi limiti, sta mettendo a disposizione dell’Italia gli strumenti necessari. Nella storia italiana, costellata di paradossi, potrebbe ripetersi quello di Caporetto e Vittorio Veneto. La prima, ricordata come una grande ferita, è riuscita, per qualche mese, ad unire il Paese in virtù di un senso patriottico e di comunità che, anche grazie all’aiuto degli alleati, aveva permesso all’Italia di resistere. Pochi mesi dopo invece, a Vittorio Veneto, si è combattuta una battaglia relativamente significativa, celebrata però trionfalmente con vuota retorica nazionalista. La stessa retorica che avrebbe fatto sprofondare l’Italia nella dittatura fascista.

Attenzione dunque a pensare che la Caporetto del Coronavirus sia passata e a celebrare effimere vittorie più del dovuto. Il futuro dell’Italia è ancora tutto da definire. L’aiuto dei nostri “alleati”, mai come questa volta, non manca. Serve una collettiva assunzione di responsabilità di un intero Paese, chiamato a guardare avanti e a darsi un concreto progetto per il futuro, mettendo da parte retoriche e propagande.