Quanto ci costano i paradisi fiscali

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Paradisi fiscali (in verde) e perdita di base imponibile (a seconda dell'intensità di colore per gli altri)

Mentre in Italia gli animi si surriscaldano, dopo un anno di pandemia, e domina la retorica dello scontro fra corporazioni e classi sociali della nostra stessa comunità, ogni giorno i paradisi fiscali ci rendono tutti più poveri, nell’ignoranza o nell’indifferenza generale.

Per chi avesse voglia di intraprendere un esercizio di approfondimento sul tema, esiste un ottimo sito che si diletta (si fa per dire) a calcolare quanta base imponibile viene persa ogni anno da ciascun paese per effetto dello spostamento di profitti verso paradisi fiscali. Naturalmente abbiamo in prima linea: i paesi caraibici, Hong Kong, Mauritius, Seychelles, Bahrain. Ma in ottima compagnia di: Cipro, Malta, Irlanda, Isola di Man, Jersey, Guernsey, Lussemburgo, Olanda, Belgio, Andorra, Principato di Monaco, Svizzera. Insomma, se escludiamo i Caraibi, l’Europa è l’area al mondo con maggior possibilità di elusione fiscale legalizzata.

A fronte di guadagni che, per questi paesi, oscillano fra il 38% e il 93% di beneficio fiscale, il resto del mondo subisce perdite consistenti. A titolo di esempio: Germania (-26% di base imponibile), Gran Bretagna (-25%), Francia (-22%), Svezia (-17%), Italia (-15%), Spagna (-14%); fuori dalla Ue abbiamo gli Usa (con un -19% di base imponibile), Nigeria (-18%), Venezuela e Uruguay (-15%), Brasile e Cile (-12%), e così via.

Questo quadro pone evidentemente un problema di azione collettiva globale, ossia di come costringere tutti i paesi a prelevare un’aliquota (magari minima) di imposte sui profitti. Importante in questo senso la decisione della neo-Ministra del Tesoro Usa Janet Yellen per l’imposizione di una “global minimum tax”, un’imposta minima globale sulle imprese.

Una mossa contingente, forse, visto che gli Usa si trovano in difficoltà per finanziare l’ingente piano di infrastrutture voluto da Biden per accompagnare la ripresa. Ma che va comunque nella giusta direzione di evitare una concorrenza fiscale sleale a livello globale. Un tema che andrebbe affrontato seriamente anche in Europa, visto che una delle più alte concentrazioni di squilibri fiscali si verifica proprio nel Vecchio Continente, alimentando tensioni e narrazioni nazionali che vanno contro l’interesse comune europeo.

Gentiloni qualche settimana fa aveva annunciato l’avvio di un percorso per togliere l’unanimità sulle decisioni concernenti le frodi fiscali, seguendo le indicazioni dell’art. 116 del Trattato di Lisbona (il TFUE, per essere precisi). L’articolo infatti consente di adottare decisioni non all’unanimità se i comportamenti fiscali dei vari paesi distorcono il mercato unico europeo. Anche in questo caso, molti commentatori l’avevano letta come una manovra contingente, per non rischiare di perdere risorse decisive per il finanziamento del Next Generation EU.

Ma potrebbero essere due segnali importanti e coordinati di Usa e Ue che vanno nella direzione di diminuire il peso, distorsivo, dei paradisi fiscali. Un tema che ci auguriamo il G20 voglia prendere seriamente in considerazione.