Produttività e lavoro: oltre la logica di Fantozzi

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

Charile Chaplin in "Tempi moderni"

Qualche giorno prima della revisione delle linee guida di politica monetaria, la Bce aveva certificato l’aumento della produttività del lavoro nonostante le restrizioni imposte dal covid. Al Brussels Economic Forum Christine Lagarde aveva fornito un quadro preciso di quanto avvenuto durante la pandemia: l’aumento di un punto percentuale nella produttività del lavoro.

Qualcuno si è affrettato a descrivere il dato come un paradosso: da analizzare, spiegare, razionalizzare. In realtà c’è ben poco da spiegare: lo smart working (imposto dai vari lockdown) ha aumentato la qualità della vita, risparmiato inutili spostamenti ed accresciuto la componente digitale delle mansioni, incidendo quindi positivamente sulla produttività del lavoro. Ed ha inevitabilmente, e finalmente, imposto una modalità di lavoro improntata al controllo dei risultati, piuttosto che sulla timbratura del cartellino.

Naturalmente, per poter accettare questa semplice spiegazione, occorre liberarsi da qualche pregiudizio. Primo fra tutti quello che vorrebbe il ‘lavoratore’ come una figura mitica, caricaturale, dedita ad evitare in tutti i modi carichi di lavoro e responsabilità. Una figura esemplarmente consegnataci a futura memoria dal Rag. Fantozzi, il quale non è solo tipicamente imbranato ma anche fondamentalmente un lavativo.

Una situazione sicuramente diffusa in alcune sacche della pubblica amministrazione; soprattutto laddove negli anni si sono venute accumulando posizioni burocratiche immaginate solo per assorbire disoccupazione, non per risolvere problemi collettivi (che dovrebbe, teoricamente, essere la missione della PA). Una situazione accompagnata non di rado dalla deresponsabilizzazione di posizioni dirigenziali erogate per clientelismo elettorale, piuttosto che per meriti operativi, tale da generare pericolose bolle di incompetenza nelle catene di comando; oltre che deprimere le aspettative di crescita professionale di posizioni gerarchicamente inferiori ma con maggiori competenze, cristallizzate all’infinito in ruoli subalterni. Chi era già ai margini della produttività non incide sulla crescita dell’efficienza. Mentre ha inciso positivamente l’aumento della qualità della vita di chi si è comunque sempre dedicato ad affrontare e risolvere problemi. Da qui la crescita della produttività.

Il primo film Fantozzi usciva nel 1975. Un’era geologica fa. Non era ancora nata la Apple e Intel aveva lanciato da soli quattro anni il primo microprocessore, dalle prestazioni oggi ridicole. PC, robotica, intelligenza artificiale, connessioni web, big data erano termini inesistenti. Oggi sono parte integrante della nostra vita quotidiana; e del lavoro di milioni di persone. Il lavoro è cambiato. Inoltre, la produttività del lavoro dipende in maniera cruciale dalle condizioni generali in cui esso si inserisce (servizi alla persona, infrastrutture di trasporto e comunicazione, etc). E va affrontata semmai in maniera sistemica. Gran parte della bassa produttività, in alcuni settori, dipende dall’assenza di un ambiente favorevole alla valorizzazione delle competenze e delle capacità dei singoli.

Il concetto stesso di posto di lavoro va ripensato. Così come la misurazione della sua efficienza; il ruolo della dirigenza, dei sindacati. In un contesto altamente digitalizzato, logiche ancorate al cartellino rischiano solo di innescare meccanismi di deresponsabilizzazione che aggravano, invece di migliorare, la produttività. Anche l’annosa questione del legame fra salario e produttività del lavoro assume in questo contesto contorni nuovi, ancora tutti da esplorare.

Il covid ha rappresentato una straordinaria occasione per ripensare i modelli di lavoro che, anche con la prevista riforma della Pubblica Amministrazione, può dar vita ad una rivoluzione economica e sociale. A patto di abbandonare pregiudizi e logiche vetuste.