Porto e l’incantesimo mancato

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Un'immagine di Porto

Sembra che J.K. Rowling si sia ispirata alla storica libreria “Lello e Irmao”, a Porto, per alcune ambientazioni di Harry Potter. Di sicuro sappiamo che era solita sedere nella sala del Caffe Majestic (dieci minuti a piedi dalla libreria) per buttar giù qualche pagina dei suoi manoscritti.

Porto, con le sue architetture, il Douro, le storiche cantine richiama il fascino dell’incanto; e solo una magia avrebbe potuto trasformare Porto nel luogo di svolta di un’Europa sociale.

Il problema è nato dalla comunicazione del governo Portoghese che, negli ultimi mesi, sotto la presidenza di turno dell’Unione, ha più volte annunciato l’impegno per un’ambiziosa agenda sociale, che (riprendendo il lavoro avviato a Göteborg  nel 2017) si sarebbe dovuta tradurre proprio in un vertice a Porto. Poi declassato a workshop sulla dimensione sociale europea. Una chiacchierata, in pratica. Tanto è vero che Angela Merkel nemmeno si è mossa da Berlino.

La pandemia aveva giustamente fatto sognare che quel pilastro sociale europeo il cui contenuto di ferro e cemento non consentirebbe neanche di tenere in piedi una baracca, essendo affidato sostanzialmente alla buona volontà dei singoli Stati membri e ad un vago coordinamento delle politiche sociali nazionali, potesse trasformarsi in un rinascimento sociale europeo, in una proposta forte per gettare le fondamenta di una società europea più coesa, più resiliente, meno iniqua, più attrezzata ad affrontare le incertezze del domani. Più in linea, insomma, con le aspettative generate da una pandemia dagli esiti economici e sociali ancora tutti da verificare.

Un piano ambizioso, dunque, come si può leggere dal comunicato finale. E che, tuttavia, come ha col consueto pragmatismo sottolineato Draghi, potrà forse tradursi al massimo in una stabilizzazione del Piano SURE, ossia un piano di prestiti della Commissione per finanziare stabilmente gli ammortizzatori sociali dei singoli paesi.

Non è stata la lettera di qualche settimana fa degli undici paesi a stoppare le ambizioni sociali europee. Né l’assenza di Angela Merkel. È stata un’idea di Europa ancora troppo legata alla dimensione esclusivamente economica e intergovernativa dell’integrazione. Che ha da tempo rinunciato ad essere una comunità di destino per accontentarsi di consentire alle economie europee di non collassare, tenendo così in piedi il feticcio di una futura idea d’Europa solidale, politica. Ma giudicata ancora prematura. Tanto da declassare un vertice di Capi di Stato e di Governo ad una chiacchierata fra amici.

Quello che appare più grave è che questa mancanza di ambizioni, non nelle parole solenni del comunicato ma nei fatti, sia diventata palese proprio nei giorni della retorica del rilancio dell’integrazione europea, col discorso di Ursula von der Leyen sul Rinascimento Europeo lanciato dallo Stato dell’Unione di Firenze e dell’avvio della Conferenza sul Futuro dell’Europa. Che rischia di essere un colossale fallimento per rilanciare un progetto ancora pesantemente afflitto da deficit democratico, dal mancato coinvolgimento diretto dei cittadini su quale Europa vogliono per le generazioni future. Un coinvolgimento che sarebbe maledettamente necessario per dare sostegno al progetto europeo e sottrarlo ai ricatti incrociati degli anacronistici particolarismi dei governi nazionali.

Purtroppo, l’Europa non è Hogwarts. Non basta qualche formula magica per trasformare una miriade di nazioni, polvere senza sostanza, in un soggetto coeso sul piano interno ed internazionale. Eppure, una formula ci sarebbe. Basterebbe l’abolizione dell’unanimità in tutte le decisioni collettive per mettere l’integrazione europea su un sentiero completamente diverso. Sarebbe l’unico incantesimo in grado di far recuperare all’Unione Europea la dimensione di una vera e propria ‘comunità’ e rilanciare nel mondo le ambizioni dei suoi cittadini.