PNRR: un Piano pieno di promesse

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Il presidente del Consiglio Mario Draghi. [EPA-EFE/Riccardo Antimiani]

Come una cambiale, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza del governo Draghi è pieno di promesse che possono essere riassunte in una parola: ‘pagherò’. Quella moneta di scambio che la Commissione europea si aspetta è fatta di riforme; riforme improrogabili per ridare slancio a un paese trattenuto a terra da pesi insopportabili.

Ma prendete ad esempio il paragrafo sulla giustizia, messo nella lista delle Raccomandazioni da parte della medesima Commissione: se appaiono condivisibili gli interventi strutturali sulla digitalizzazione e i relativi investimenti, anche in capitale umano, non pare che il piano rechi particolari segnali di novità e concretezza sul piano delle auspicate riforme e soprattutto sul contenzioso vero e proprio. Particolarmente negativo è il giudizio sulle assunzioni a tempo determinato per l’Ufficio del Processo, soprattutto perché permane assoluto silenzio sulla precarietà dei giudici onorari, come i giudici di pace, che portano avanti un carico enorme di contenzioso e la cui posizione non viene regolarizzata. Poco rilevanti appaiono gli interventi sulle ADR (Alternative Dispute Resolution), quando si sarebbe potuta prevedere ad esempio la gratuità della mediazione ponendola a carico dello Stato come il gratuito patrocinio, fornendo così un incentivo vero alla definizione del contenzioso che non sia la solita inutile agevolazione fiscale.

Cosa dire poi dell’agognata riforma fiscale? Nel testo si fa menzione alla «possibile revisione dell’Irpef, con il duplice obiettivo di semplificare e razionalizzare la struttura del prelievo e di ridurre gradualmente il carico fiscale, preservando la progressività e l’equilibrio dei conti pubblici». Si prospetta una disegno di Legge Delega che nelle intenzioni si dovrebbe presentare entro il 31 luglio alle Camere, che tenga «adeguatamente conto del documento conclusivo della “Indagine conoscitiva sulla riforma dell’IRPEF e altri aspetti del sistema tributario” delle Commissioni parlamentari». Abbiamo visto il documento e non vi è traccia né della patrimoniale, né della maggiore progressività nell’imposta sui redditi, né la revisione del catasto. Ma tra le pieghe del PNRR, come un coniglio dal cappello, era persino sbucato il sempiterno Federalismo fiscale, noto alle cronache per la straordinaria inefficienza: basti solo guardare alla babele di modifiche che la legislazione fiscale dei tributi locali ha subito, alla proliferazione delle aliquote e delle detrazioni in ambito IMU-Tasi, alla sequenza inequivocabile di tagli ai trasferimenti verso gli enti territoriali. Nessuna critica al sistema ma solo il vago obiettivo del superamento del criterio della spesa storica.

Pensavamo fosse il #PianoAmaldi invece erano appena 4,5 miliardi, una tantum, nemmeno strutturali. Così il PNRR dei Migliori tratta la ricerca di base. Serviva il raddoppio della spesa pubblica nella ricerca, aumentarla sino a 20 miliardi in 6 anni per riportare questo paese ai livelli di Francia e Germania. Macché.

Per le borse di studio sono previsti 500 milioni che permetteranno di allargare sia la platea di beneficiari sia l’ammontare di ogni borsa (fino a 700€ in più). Tuttavia, la decurtazione rispetto alla precedente versione del piano ammonta a quasi la metà dei fondi (-400 milioni). Anche in materia di edilizia universitaria sono lievemente diminuiti i fondi rispetto alla versione del governo Conte: si passa infatti da un miliardo a 960 milioni, ma si apre anche all’iniziativa privata. Altro elemento chiave saranno i criteri di accesso agli alloggi: attenzione a realizzare – per mano privata e con soldi pubblici – studentati di lusso per studenti ricchi e privilegiati.

Usciamo perplessi e frastornati dalla lettura del PNRR. Man mano che scorriamo le pagine del documento ufficiale ci pare sempre più chiaro che si tratti dell’ennesima occasione sprecata.