Oltre il Recovery Plan. Ma con quale metodo?

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Joaquin Almunia, Viviane Reading e Roel Beetsma

L’aria che si respira qui in Lussemburgo, alle celebrazioni per il 50° anniversario del Rapporto Werner, è euforica. Ormai archiviato come acquisito il Next Generation EU, si guarda oltre.

La sessione di ieri pomeriggio (moderata da Viviane Reding, più volte Parlamentare e Commissaria Europea, con la presenza di Joaquin Almunia, già Commissario Europeo, Roel Beetsma, Membro del Fiscal Board, Frank Smets, Direttore generale dell’economia alla Bce, e Kathrin Muehlbronner, Senior Vice-President di Moody’s) è stata particolarmente surreale. Perché il consenso era unanime sulla necessità di consolidare il risultato della solidarietà europea; sulla necessità di far ricorso a genuine risorse proprie (non intese come contributi nazionali, ma come capacità fiscale autonoma della Ue) per sostenere lo sforzo finanziario comune; sulla necessità di abbandonare il più possibile il metodo intergovernativo per tornare ad un metodo più genuinamente comunitario e sovranazionale; sull’urgenza di passare in qualsiasi decisione collettiva al voto a maggioranza, mandando in soffitta l’anacronistico voto all’unanimità.

Insomma, cambiamenti radicali, che qui in Lussemburgo sembrano quasi realistici, a portata di mano delle decisioni politiche. Come se fuori dalla bolla di Bruxelles (e Lussemburgo) non esistesse un complesso sistema di relazioni politiche, economiche e sociali frammentato, preda di narrazioni nazionali. Come se fosse oggi ancora possibile che un cambiamento così radicale possa avvenire grazie a decisioni imposte dai governi sui cittadini. E soprattutto, come se fosse possibile a trattati costanti; visto che tutti sembrano temere una revisione dei trattati, o un percorso costituzionale.

Con quale metodo modificare allora l’architettura europea? Chi dovrebbe essere l’attore del cambiamento? A chi compete l’iniziativa? Con quali alleati? Perché, perfettamente in linea con il discorso sullo stato dell’Unione di Ursula von der Leyen, qualsiasi riferimento al momento della legittimazione democratica sembra scomparso. Nessuno sembra ricordarsi della ipotetica Conferenza sul futuro dell’Europa che avrebbe dovuto fornire il consenso dal basso, necessario a sostenere il percorso di cambiamento.

Niente di grave, se al posto di quel tentativo incerto e forse un po’ velleitario vi fosse una strategia precisa di coinvolgimento dell’assemblea parlamentare europea, magari in un dialogo costruttivo coi Parlamenti nazionali tramite delle assise interparlamentari.

Insomma, se l’approccio di Pierre Werner all’integrazione economica e monetaria europea aveva avuto il pregio di mantenere il delicato equilibrio fra visione e pragmatismo, qui la componente del pragmatismo, necessaria per tradurre la visione in iniziative concrete, sembra completamente assente. Un problema preoccupante per il futuro della prossima generazione di cittadini europei.