Next Generation Eu: quando arriveranno i fondi europei

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Secondo Bruegel la maggioranza dei fondi dovrebbe arrivare in Italia nel triennio 2022-24. La proiezione va presa sul serio e solleva non poche ansie sulla capacità del nostro Paese di spendere le risorse nei tempi previsti, scrive il co-direttore di Euractiv Italia Fabio Masini.

Bruegel è uno dei think tank più autorevoli in Europa. Vanno quindi prese molto sul serio le proiezioni aggiornate che ha effettuato qualche giorno fa Zsolt Darvas, senior fellow della Corvinus University di Budapest, sulle tranche di pagamento che dobbiamo aspettarci nei prossimi anni a valere sulle risorse del Next Generation EU.

Estrapolo i dati relativi all’Italia dalle tabelle generali. Intanto, i calcoli sui quali il Consiglio si è accordato a luglio sono stati effettuati sul Pil ai prezzi del 2018; e devono essere aggiustati ai prezzi correnti, nei quali verranno effettuati i pagamenti (e le relative emissioni di debito collettivo da parte della Ue). Il che significa che all’Italia dovrebbero spettare complessivamente 89,31 miliardi in grants (sussidi) e 112,75 miliardi in loans (prestiti), per un totale effettivo pari a 201,06 miliardi di euro. Una iniezione di liquidità pari al 4,32% del Pil in sussidi e al 6,04% del Pil in prestiti: più del 10% di Pil, ossia quanto ci avviamo a perdere quest’anno. L’intervento della Ue consentirà di coprire, su un orizzonte di cinque anni, la perdita del 2020.

La ripartizione stimata per anno dovrebbe seguire il seguente schema (in miliardi di euro a prezzi correnti):

  • 2021: 24,76 miliardi (8,02 in sussidi e 16,74 in prestiti);
  • 2022: 44,82 miliardi (11,79 + 31,03);
  • 2023: 49,73 miliardi (21,54+28,19);
  • 2024: 50,67 miliardi (25,27+25,40)
  • 2025: 25,34 miliardi (13,95+11,39);
  • 2026: 8,74 esclusivamente sotto forma di sussidi.

La maggioranza dei fondi (oltre 143 miliardi) arriverà quindi in Italia nel triennio 2022-24. O meglio; dovrebbe arrivare.

Come sappiamo, infatti, le linee guida fissate dalla Commissione per la formazione di ciascun PNRR (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) che la Commissione dovrà valutare e il Consiglio approvare, prevedono che i fondi vengano impiegati per almeno il 20% nell’innovazione digitale e per almeno il 30% nella transizione ecologica. Ai progetti sul NGEU saranno legati dei cosiddetti “milestones” e “targets”, indicatori quali-quantitativi di risultato che, se non vengono realizzati, non permettono al paese membro di richiedere le tranche successive di finanziamento (che possono essere chieste al massimo due volte l’anno).

La tabella più sopra riflette quindi l’ottimistica aspettativa che l’Italia sia in grado di centrare pienamente gli obiettivi stabiliti in ciascun anno. Un’aspettativa che ci piacerebbe dare per scontata, ma che solleva non poche ansie sulla capacità del sistema-paese di assicurare la serietà e l’impegno richiesti per non perdere questa occasione storica di crescita, vista la cronica incapacità di spendere i fondi, sia quelli messi a disposizione dai vari ministeri, sia quelli europei.