L’anno che verrà

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

Buon 2021

Finalmente! Credo sia un commento ampiamente condiviso sulla fine di questo annus horribilis. Il Covid-19 ci ha colto alla sprovvista, mettendo in ginocchio i nostri sistemi economici e la tenuta sociale di molti paesi. Ha sconvolto le catene globali del valore, ridisegnando rotte commerciali e modelli produttivi, ancora in gran parte da ricostruire; ha smantellato e rimodellato nuovi blocchi continentali, sulla base di logiche che, se definire autarchiche è forse eccessivo, sicuramente si muovono verso forme di autonomia produttiva; ha sbriciolato vecchie e consolidato nuove alleanze, in un quadro di cooperazione multilaterale indebolita, da ricostruire su basi nuove, meno egemoniche e più coerenti con il peso reale di ciascun attore globale.

Il Covid ha rappresentato anche una enorme opportunità, che ha costretto l’Europa ad assumere decisioni politiche collettive e solidali di portata storica, impensabili solo un anno fa. Oltretutto, senza averne gli strumenti decisionali ed istituzionali adeguati. A conferma che la volontà politica è in grado di superare anche ostacoli normativi, primo fra tutti un sistema di decisioni collegiali assunte ancora all’unanimità, come se fossimo in un consesso diplomatico dell’Ottocento. Ma abbiamo anche imparato che quell’unanimità ha dei costi: ritardi nelle risposte rispetto alle esigenze; rinuncia ai valori condivisi (lo stato di diritto). E non è più accettabile in una comunità di destino come l’Unione Europea.

Il Covid ha inoltre messo a nudo ritardi, inefficienze e tante criticità del nostro paese. Che certo conoscevamo, ma che le classi politiche alla guida dell’Italia hanno sempre sperato di poter affrontare in un domani che non arrivava mai a chiederne conto; o di scaricarne le responsabilità sul governo successivo. Oggi, ritardare questa consapevolezza e non affrontarla, sarebbe intollerabile.

Abbiamo compreso, oso sperare in maniera definitiva, come l’Italia sia appesa alle risorse europee ed agli interventi della Banca Centrale Europea, che ha abbandonato il capital key per l’acquisto di titoli del debito pubblico, favorendo soprattutto il nostro paese con l’acquisto di circa 170 miliardi di titoli: l’intero deficit del 2020. Come se fossimo in una unione federale, capace di destinare risorse laddove sono più necessarie. Ed anche questo è sorprendente, visto che parlare di una trasformazione dell’Europa in una federazione pare ancora oggi un obiettivo da ingenui sognatori.

Come se, invece, fosse realistico continuare a ragionare in termini di singoli Stati nazionali su questioni di politica estera e sicurezza, difesa, transizione energetica, piattaforme digitali, cyber security, flussi migratori e politiche d’integrazione sociale, investimenti e piani industriali e tanto altro in un mondo dove la competizione è globale, fra potenze continentali sempre più agguerrite.

L’emergenza non è terminata. Ma è finito il tempo delle risposte emergenziali. Oggi è il tempo della programmazione, della strategia, di una visione del paese e dell’Europa da qui a 10 anni. Tempi lunghi; non coerenti con quelli della raccolta di consenso elettorale. Un compito difficile, ma ineludibile.

Responsabilità, monitoraggio della spesa, investimenti infrastrutturali, innovazione, ricerca, formazione, efficienza: queste sono alcune delle parole d’ordine che servono oggi per costruire un nuovo paese.

Cancellazione del diritto di veto nelle decisioni collettive; una riforma degli strumenti, della governance e delle politiche economiche capace di attrezzare permanentemente l’area dell’euro a reagire a shock simmetrici ed asimmetrici, senza in alcun modo incentivare l’azzardo morale; ridefinizione delle competenze su ciascun livello di governo (locale, regionale, nazionale e sovranazionale), possibilmente tramite un consenso ad una riforma costituzionale sostenuta da un’ampia base di legittimità democratica. Queste invece le direttrici che devono guidare il percorso di crescita del processo d’integrazione europea, troppo a lungo imbrigliato nell’immobilismo.

Come Euractiv Italia abbiamo cercato, in questo anno difficile, di essere narratori puntuali dell’evoluzione del sistema-Italia e del sistema-Europa, con l’obiettivo di portare in evidenza le contraddizioni che caratterizzano entrambi. Ma anche con l’ambizione di far avvicinare due mondi che sono troppo spesso percepiti come separati, quando invece sono strettamente interconnessi, entrambi parte integrante delle nostre identità collettive.

Da parte nostra, ci impegniamo a continuare questo attento, duplice monitoraggio; con la speranza che i nostri lettori si sentano, sempre più, parte di varie comunità, dalle municipalità al mondo, in continuo divenire. Di cui è essenziale conoscere l’evoluzione, per non rimanerne schiacciati e marginalizzati.

È con questo augurio che ci apprestiamo ad affrontare il nuovo anno. Buon 2021 a tutti.