La (sospetta) svolta espansiva di Schäuble

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Il presidente del Bundestag Wolfgang Schäuble. [EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON]

Se anche Schäuble cambia opinione, probabilmente dovremmo preoccuparci seriamente della situazione economica europea. Dopo aver ribadito ancora in aprile che non era necessario utilizzare strumenti di debito collettivo e che invece occorreva utilizzare strumenti già esistenti come Bei e Mes, ora l’ex ministro tedesco delle finanze sembra cambiato, ammorbidito; sembra un altro.

In realtà, gli equilibrismi dell’intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung sono di quelli da fare tremare i polsi. Perché Schäuble si erge addirittura a paladino di una “più stretta unione economica e finanziaria”. E lo sarebbe sempre stato; solo che sarebbe stato “frainteso”. In occasione della crisi dei debiti sovrani, avrebbe tentato “di risolvere i problemi attraverso un Fondo monetario europeo”, ma si sarebbe scontrato contro l’evidenza che era una soluzione “politicamente irrealizzabile”. Un genio incompreso.

Ci ricordiamo ancora bene il “Non-paper for paving the way towards a Stability Union”, scritto nel 2017, nel quale intendeva affidare le sorti dell’economia europea al connubio fra “responsabilità e controllo fiscale” (come se fossero due termini antitetici), trionfo di quella governance intergovernativa che era a suo avviso cruciale per gestire il futuro della Ue. Quello stesso metodo che ha ritardato di almeno cinque anni la ripresa europea dalla crisi finanziaria globale.

Un non-paper in cui, è vero, auspicava la trasformazione del Mes in Fondo monetario europeo, ma solo per metterlo al servizio del monitoraggio (intergovernativo, non comunitario) del rispetto del Patto di Stabilità e Crescita. Completava poi l’architettura della governance economica con un maggiore (!) ricorso alle strutture nazionali di assorbimento della disoccupazione, rendendo in tal modo l’Europa ancora più esposta a shock asimmetrici. E con una funzione di stabilizzazione macroeconomica che “non ha bisogno di nuova capacità fiscale né di uno schema di assicurazione contro la disoccupazione”.

Ma non attardiamoci a guardare al passato. Nel presente, Schäuble ha messo l’accento sulle risorse proprie come elemento strategico per la sostenibilità del debito collettivo nel lungo periodo; sottolineando l’importanza strategica di ridurre le emissioni di Co2 e premere sul  digitale. Ha ricordato il ruolo cruciale della Commissione, che non si deve limitare ad erogare finanziamenti, ma a monitorare sui progetti che con essi verranno realizzati.

Ha messo in evidenza la domanda che l’Europa ha oggi di fronte a sé: “Come possiamo garantire che l’UE rimanga unita in un momento difficile della politica mondiale?”. Citando Churchill, ha ripreso lo spirito di Monnet: solo nei momenti di crisi l’integrazione europea fa passi avanti significativi, auspicandone l’accelerazione del processo: “il più lento non deve stabilire il ritmo. I più volenterosi devono fare da guida, gli altri sono invitati a partecipare”.

Ha messo correttamente in evidenza come non sia sufficiente fare debiti comuni, ma serva un progetto ed “una politica comune”. Ed ha, altrettanto correttamente, ricordato che “chi prende le decisioni deve essere responsabile anche delle conseguenze finanziarie”. Insomma, un cambio di registro apparentemente radicale.

Modificare la propria opinione è una virtù dell’intelligenza. Ma anche dell’opportunismo. Schäuble potrebbe aver compreso di aver sbagliato a tenere una linea di austerità ad oltranza in una situazione, come la crisi dei debiti sovrani, che pur essendo asimmetrica avrebbe richiesto un cambio di passo della governance economica europea; non nel senso di maggiori regole, ma di maggiore discrezionalità politica collegiale. Oppure, più probabilmente, ha compreso come la sua posizione sia ormai fuori dalla storia; e dal dibattito politico. Per cui, ostinarsi a difendere una linea di rigore finanziario, sarebbe suicida per il suo futuro politico e la sua credibilità pubblica.