La proposta Macron-Merkel: un’Europa più francese

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epa08430410 French President Emmanuel Macron (L) listens to German Chancellor Angela Merkel (R) during a joint video press conference at the Elysee Palace in Paris, France, 18 May 2020. France and Germany discussed Europe?s economic recovery plans to respond to the virus crisis. Germany and France propose a 500-billion-euro European programme to support the economic recovery following the coronavirus crisis. EPA-EFE/Francois Mori / POOL MAXPPP OUT

La proposta di rilancio della Francia e della Germania da 500 miliardi di euro risponde innanzitutto alla prospettiva di Parigi.

L’offerta presentata il 18 maggio da Emmanuel Macron e Angela Merkel è stata accolta molto bene dalla stampa francese, che ha sottolineato soprattutto le concessioni tedesche grazie alle quali si è manifestata un’unità di visione franco-tedesca promettente per il futuro della costruzione europea. L’accettazione da parte della Cancelliera, da un lato, che l’Unione europea si indebiti per conto dei Ventisette e, dall’altro, che il denaro così raccolto sui mercati venga trasferito e non prestato agli Stati e ai settori più duramente colpiti dalla crisi economica in seguito alla pandemia, fa venire meno due tabù d’Oltrereno.

Questa svolta tedesca può essere spiegata soprattutto alla luce di tre fattori specifici di questo paese. Un interesse economico: l’industria tedesca volta all’esportazione ha bisogno di sbocchi europei per non far sprofondare i suoi partner commerciali in una recessione attesa come la più profonda dal 1945. Un imperativo legale: la sentenza della corte costituzionale tedesca del 5 maggio ha posto Berlino davanti all’insostenibile incoerenza di scommettere troppo sulla politica monetaria della Banca centrale europea per sostenere le economie dell’area dell’euro. Un’opportunità politica: l’ascendente ritrovato di Angela Merkel dovuto alla sua gestione dell’epidemia e l’approccio della sua presidenza del Consiglio dell’UE – probabilmente l’ultima della sua vita – ha invitato la Cancelliera a osare.

Ma il suo volta faccia a favore di posizioni di solidarietà, che non erano quelle prese all’inizio, può anche essere considerato come un successo diplomatico francese, giunto alla fine di una strategia rischiosa.Per una volta, contro le sue abitudini, l’Eliseo non ha avuto paura all’inizio della crisi del Covid di mostrare e quindi di farsi carico delle differenze di vedute con Berlino firmando, senza di essa, una lettera a favore dei coronabond con i leader dell’Italia e di altri sette Stati dell’Unione. Parigi, tuttavia, ha insistito sul fatto che questa iniziativa, resa pubblica il 25 marzo, non provenisse solo dal sud, sostenendo che i suoi firmatari includevano anche Belgio, Irlanda, Lussemburgo e Slovenia.

Questa offensiva che partiva senza la Germania ha avuto luogo quando gli stati europei erano appena avanzati in ordine sparso in risposta alla pandemia secondo un disastroso « si salvi chi può ». Inoltre, il tutto si è svolto nel momento in cui il motore franco-tedesco appariva in panne dopo le iniziative senza successo nell’accordo di Meseberg (2018) e senza che il trattato di Aquisgrana (2019) avesse portato un sollievo maggiore. Vista da Parigi, prima del Covid, la grande coalizione al potere Oltrereno era percepita come riluttante a qualsiasi grande iniziativa europea, indebolita dalle tensioni tra le sue componenti sinistra-destra e da quelle all’interno della CDU, presa dallo scontro per la successione a una Cancelliera giunta alla fine della corsa. In tal senso l’ “atto II” del quinquennio di Macron non si sarebbe più fatto con o contro, ma senza la Germania.

La crisi del Covid ha cambiato la situazione. Parigi ha scommesso sulla sua strategia già utilizzata per convincere l’UE ad adottare l’obiettivo della neutralità del carbonio entro il 2050, che era stata avviata, a sua volta, senza Berlino in una fase iniziale. Firmando la lettera dei Nove, l’Eliseo ha fatto sapere che non voleva fermarsi lì a una Germania, dove il dibattito a favore della solidarietà appariva molto più aperto all’interno della classe dirigente e intellettuale rispetto a quanto avvenuto durante la crisi dei debiti pubblici. Per non irrigidire il suo partner tedesco, la Francia è stata attenta a non fissarsi sul controverso termine “coronabond”, dichiarandosi aperta ad altre soluzioni. A questo proposito, la soluzione del rilancio tramite il bilancio europeo, che consente uno stretto controllo delle spese sostenute, sembra essere una concessione francese a Berlino.

Ma, oltre al risultato del progetto avanzato di fondi per il rilancio, la proposta del 18 maggio riprende anche altri temi tradizionalmente cari alla Francia, quali l’istituzione di una “politica industriale”, la ricerca di un’ “autonomia strategica” e la creazione di “campioni europei”, che obbligano a una revisione della politica europea di concorrenza. Tutti questi argomenti soddisfano l’obiettivo gollista della sovranità europea nei confronti del mondo, che l’Eliseo non smette mai di rivendicare insieme a quello del più deloriano della solidarietà.

Il 18 maggio ha quindi ridato respiro all’asse franco-tedesco. Ma nell’entourage del governo francese, si resta ancora cauti sull’attuazione dei principali principi annunciati. Come avviene con una legge che attende i suoi decreti attuativi, coloro che hanno familiarità a negoziare con Angela Merkel sanno che i criteri e le condizioni, a cui saranno subordinate le concessioni sui trasferimenti di bilancio, potrebbero in seguito ridurre la portata delle concessioni tedesche ora applaudite da Parigi.

Sébastien Maillard è direttore dell’Institut Jacques Delors (Parigi)