La “capitalizzazione” del genere nel Pnrr

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All’interno del Pnrr il concetto di genere, usato ben 62 volte, è determinante rispetto all’impianto di fondo del piano, nonché trasversale ad ogni missione. La parola donna/donne è usata ben 61 volte, la parola “cura” 40 volte. Di base il Pnrr è un piano di investimento, tendenzialmente pensato per ridurre i diritti e strutturato su un modello di sviluppo centrato sull’estrazione del valore e sul rilancio del modello neoliberista fortemente determinato dal rapporto crescita-consumi che tiene conto solo dei mercati, bypassando totalmente i diritti fondamentali previsti dalla nostra Costituzione.

Il cosiddetto “prisma dei diritti sociali europeo”, infatti, già tarato solo su crescita economica e inclusione, viene nominato solo sei volte nel piano e direttamente declinato a partire dal concetto di messa a valore del genere femminile per il tramite di dispositivi di inclusione e di indicatori di sviluppo, tra cui il “gender index”, molto utilizzato dalla Scuola Mckinsey nei programmi di management e gestione delle risorse umane.

A pagina sette del piano, ad esempio, si esplicita l’idea di giustizia sociale presente in esso: «Un fattore essenziale per la crescita economica e l’equità è la promozione e la tutela della concorrenza. La concorrenza non risponde solo alla logica del mercato, ma può anche contribuire ad una maggiore giustizia sociale». La concorrenza, dunque, non i diritti! Non a caso la parola “impresa” è nominata 239 volte nel piano, mentre il lavoro salariato è citato zero volte. I lavoratori, non nel senso degli imprenditori, solo 34 volte.

Fatta questa piccola premessa orientativa entro nel merito dei dispositivi di “inclusione differenziale” che il piano prevede per le donne e per il raggiungimento della parità di genere. Il primo dispositivo che il piano prevede concerne la formazione professionale delle donne attraverso il diploma ITS (formazione professionale terziaria), nonché il rafforzamento dell’istruzione STE (Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), sapere utile per potenziare la tecnocrazia di cui necessitano il mercato e la religione dell’innovazione e della competitività. Il secondo concerne lo stanziamento di finanziamenti cospicui per promuovere l’impresa femminile; ma non è chiaro se intendono rifinanziare la vecchia Legge 215 del ‘92, peraltro appena rifinanziata per 20 milioni di euro nell’ultima Legge di bilancio 21/22, o farne una nuova.

Il terzo dispositivo concerne l’adozione di un sistema di “certificazione della parità di genere” attraverso cui le imprese virtuose che assumono donne possono essere sgravate dal fisco in percentuali diverse, a seconda della tipologia (piccole, medie, grandi). Naturalmente questo sistema di certificazione, almeno nel Pnrr, è adottabile solo per le imprese e il comparto produttivo privato. Non vi sarà certificazione alcuna sulla selezione delle cariche politiche o comunque il piano non fa riferimento a questo. Bisogna esultare perché finalmente l’Italia programma il raggiungimento della parità di genere? No, e le ragioni sono diverse.

Intanto il piano denota una certa arretratezza rispetto all’uso del concetto di genere e di parità in una UE che ha già fatto proprio l’approccio intersezionale ovvero strumenti di inclusione in grado di prendere in considerazione oltre che il genere, anche la classe sociale, il colore della pelle, l’orientamento sessuale ecc. In secondo luogo, appare piuttosto curioso che le donne, pur essendo statisticamente la maggior parte della popolazione, pur essendo più laureate degli uomini e anche con voti più alti, debbano essere ancora una volta prese in considerazione come delle minus habens, un “gruppo sociale vulnerabile” e svantaggiato da includere con dispositivi specifici generati dal mercato al solo fine di estrarre valore e plusvalore da esse.

La nozione di “cura”, ad esempio, è stata molto studiata in sociologia come ricostruzione del legame sociale, come una nuova idea di giustizia sociale, nonché un’idea di politica basata sull’interdipendenza e sulla relazione attraverso cui i generi (al plurale) e le generazioni possono ridisegnare un nuovo modo di stare al mondo, ma di questa lettura nel Pnrr non v’è traccia. Per il governo, infatti, la cura è solo una forma di investimento infrastrutturale sugli asili nido, che vanno benissimo, ma non sono certo l’unica soluzione affinché ogni donna possa realizzare sé stessa.

Nel piano, inoltre, si usa spesso il concetto di inclusività e occupazione femminile, così come riportano i dati sull’aumento della disoccupazione femminile moltiplicatisi in pandemia, ma gli stessi non vengono mai correlati alla questione strutturale della scomposizione e della precarizzazione del lavoro: questione che precede l’emergenza da Covid-19. Infatti, con il termine “femminilizzazione del lavoro”, presente in molte ricerche sociologiche, ma non nel Pnrr, si intende anche e soprattutto un comparto produttivo basato sul lavoro di cura, la cosiddetta “care economy” usata per coprire, capitalizzandola, la crisi del welfare e la progressiva inesigibilità dei diritti sociali di novecentesca memoria. Un comparto fragile e sottopagato che, non a caso, è miseramente crollato a causa della pandemia.

Pertanto, discostandosi completamente dalla realtà sociale, il piano oltre a rilanciare sulla “capitalizzazione” del genere, mira ancora una volta a bypassare i diritti e i desideri di realizzazione femminili facendoci paradossalmente tornare agli anni ’50. Si poteva fare altrimenti? Sì, basta leggere il Pnrr spagnolo.