L’eredità del governo per il 2022

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Non sappiamo ancora cosa succederà al governo con la tornata elettorale per il Quirinale. Ma sappiamo quale eredità lascerà al prossimo, nel caso Draghi dovesse lasciare la premiership.

Lo certifica l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, l’organo indipendente di monitoraggio dei conti pubblici costituito nel 2014 per verificare il rispetto delle regole fiscali nazionali ed europee. Nell’ultimo Focus Tematico del 23 dicembre si legge: “Nel 2021 i DPB [Documenti Programmatici di Bilancio] prevedono che in media nell’area dell’euro i disavanzi nominali si attestino al 7,5 per cento del PIL, mentre nel 2022 si dovrebbero collocare al 4,1 per cento. Il disavanzo obiettivo dell’Italia nel 2021, pari al 9,4 per cento del PIL, sarebbe superiore alla media e il terzo più elevato dopo quello di Malta e Grecia, mentre nel 2022 sarebbe il più alto insieme a quello di Malta, con il 5,6 per cento”. Con uno stock di debito che, secondo la Commissione UE, si attesterà al termine del 2022 al 151% del Pil.

Questo governo ci lascia insomma con un buon ritmo di crescita, superiore alle attese ed a quello dei principali partner europei; ma anche con un disavanzo ben più ampio di quanto previsto dalle regole fiscali europee che, pur riformate, dovrebbero tornare in vigore proprio a partire dal 2023. Un gruppo di colleghi della Luiss ha messo l’accento anche sulla natura pro-ciclica della manovra di bilancio, denunciando l’eccesso di spesa corrente.

Probabilmente non c’erano molte alternative. L’Italia è un paese socialmente provato dalla pandemia. Con una classe politica litigiosa; con l’unico obiettivo di rimanere al potere, non certo il benessere di lungo periodo dei cittadini. L’unico modo per assicurare la tenuta del governo e permettere a Draghi di portare a casa successi importanti in politica estera e sulla gestione dell’occasione storica del PNRR era allargare ulteriormente i cordoni della borsa. Evitando di scontentare qualcuno. È quello che ha fatto.

Ne pagheremo le conseguenze, soprattutto se la messa a terra del PNRR non dovesse produrre i moltiplicatori del reddito sperati. Con l’inflazione che sarà significativamente superiore a quanto finora previsto ed i suoi destabilizzanti effetti redistributivi. In un contesto internazionale di probabile guerra al rialzo sui tassi d’interesse che, dovesse aumentare lo spread, potrebbe far ripiombare il paese nei periodi più bui dei conflitti politici e sociali.

Qualcuno ha suggerito che anche questo governo sia stato contagiato da un populismo che ormai si sarebbe radicato nel Dna del paese; e quindi in qualsiasi compagine di governo. Ma il populismo è anche figlio di un paese che appare sempre sul limite della rivolta civile, nel quale assumere decisioni nette appare complicato, pericoloso e politicamente suicida. La maggioranza a sostegno del governo è troppo ampia per permettersi il lusso di fare scelte coraggiose. E forse, in questo contesto, è stato meglio così.

Ma i rischi sono concreti. Solo la prospettiva d’investimenti e riforme apertasi col PNRR può indurre ad un qualche ottimismo. E soprattutto la speranza che le politiche di espansione vengano sistematicamente sostenute, da oggi in poi, a livello europeo, l’unico al quale diventano meno influenti le posizioni fiscali di partenza (e le compagini politiche alla guida) dei singoli paesi ed al quale si evitano sprechi e frammentazioni oggi penalizzanti sul piano della competizione globale. Il 2022 si preannuncia ancora come un anno di transizione. Poi, rischia di diventare tutto molto più complicato.