Italia, tre condizioni per risalire dal baratro

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La brusca caduta del prodotto interno lordo italiano a causa della pandemia. Fonte: ISTAT

Venerdì 31 luglio l’Istat ha pubblicato i dati consolidati dell’economia italiana fino al 30 giugno 2020. Il Pil, già diminuito del 5,4% nel primo trimestre, è sprofondato del 12,4% nel secondo. Si preannuncia una diminuzione drammatica, con un nuovo dato annuo tendenziale per il 2020 a -17,3. Più di 310 miliardi in fumo.

Qualche commentatore, forse per mitigare la percezione del disastro economico e sociale che ci aspetta, quando verranno al pettine i nodi di questa voragine, ha ricordato che il resto d’Europa e del mondo non sta molto meglio di noi. In alcuni casi (come la Spagna) sta pure peggio. Ma in economia, l’idea che il male comune possa rapresentare un mezzo gaudio è semplicemente sbagliata. Perchè l’economia italiana è ancora oggi dipendente dalle esportazioni; e il calo del Pil altrove significa una diminuzione della domanda estera per i nostri prodotti. Il che è destinato a peggiorare ulteriormente i dati del paese, ancora largamente fondato su un modello di crescita trainata dall’export.

E così, mentre l’Italia prova a riacquistare il consueto ottimismo con le vacanze estive, mentre il dibattito politico si risposta sull’immancabile crisi dei migranti, non viene dato sufficiente rilievo alla doccia fredda; che non è di quelle refrigeranti, che aiutano a superare la calura e l’anticiclone africano; ma di quelle che rischiano di far venire un infarto.

Per fortuna, siamo inseriti in un contesto istituzionale nel quale ormai l’Italia è solo uno dei tasselli di un più ampio mosaico europeo. Senza gli acquisti, di fatto incondizionati, della Bce la liquidità del sistema bancario e del settore pubblico si sarebbe già prosciugata e saremmo esposti agli umori di mercati finanziari internazionali resi già sufficientemente incerti da una pandemia di dimensioni storiche ed estensione globale con ben pochi precedenti.

L’Unione Europea, nonostante meccanismi decisionali insani, principalmente fondati su decisioni collettive all’unanimità, è riuscita ad accordarsi per mobilitare ulteriori 2 trilioni di euro nei prossimi anni. Un intervento inimmaginabile fino a pochi mesi fa, che inizia ad essere comparabile con quello Usa.

A disposizione dell’Italia ci sono circa 215 miliardi (alle nuove stime), pari al 12% del Pil; più le risorse che arriveranno dalla Bei e dal bilancio pluriennale (solitamente una decina di miliardi l’anno). Cifre che potrebbero essere sufficienti per assorbire la voragine apertasi nel Pil. A tre condizioni, da soddisfare contemporaneamente.

La prima condizione è che le risorse vengano impiegate in settori ad alto valore aggiunto, in grado di generare un effetto moltiplicatore sulla spesa massimo e su un orizzonte temporale ampio: formazione e crescita del capitale umano; innovazione digitale ed energetica; difesa attiva del territorio; infrastrutture di comunicazione e trasporto coerenti con una visione del paese da qui a venti-trent’anni, etc. E naturalmente che vengano effettivamente spese (l’Italia riesce ogni volta a rispedire a Bruxelles fondi non spesi per inefficienze di progettazione e burocrazia).

La seconda è che il bilancio venga alimentato da risorse proprie della Ue, non dai contributi nazionali, che ridurrebbero l’effetto netto positivo del denaro che arriverà nel paese. Il dibattito apertosi sulle risorse proprie, che sarà accompagnato dalla Conferenza sul Futuro dell’Europa (ma non potrà attendere i tempi delle sue conclusioni), diventa quindi fondamentale.

Ma soprattutto è urgente definire una visione strategica dello sviluppo e degli equilibri sociali e territoriali che si intende dare al paese, ragionando non solo sul Recovery Plan e sul Quadro Finanziario Pluriennale, ma anche su tutti gli altri strumenti che possono essere mobilitati per raccogliere risorse nel quadro dell’eurozona e della UE, Mes compreso.

Non è una scommessa facile, in un paese che ha sistematicamente gettato al vento tutte le occasioni migliori per crescere, invece che semplicemente per incassare, come accadde col dividendo dell’euro: centinaia di miliardi finiti in prebende, raccolta di consenso politico, rendite.

Le dimensioni profonde del baratro segnalato dai dati ISTAT dovrebero essere scolpite ad ogni angolo di strada, per ricordarci che non è il momento delle diatribe politiche di potere, delle finte notizie sul pericolo-migranti, etc; ma quello di ripensare il paese e rimboccarsi le maniche per costruirlo, grazie ai fondi ed alla liquidità provenienti dall’Europa.