Inflazione e disoccupazione: l’urgenza di scelte politiche globali

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Inflazione e disoccupazione; Usa anni '90

Alcuni modelli teorici ipotizzano una relazione inversa fra inflazione e disoccupazione: quando l’una scende, l’altra aumenta. Un’iniezione di liquidità si traduce in una pressione della domanda sulla produzione, facendo aumentare i prezzi. Secondo questa logica, i decisori politici dovrebbero semplicemente scegliere quale combinazione ottimale tra inflazione e disoccupazione far digerire ai propri elettori.

Questa relazione inversa è stata ampiamente criticata: se i soggetti che operano sul mercato agiscono in modo razionale (ossia sanno già come evolveranno le variabili economiche nel lungo periodo), l’iniezione di liquidità non convincerà le imprese ad aumentare gl’investimenti e la disoccupazione non si ridurrà. Qualsiasi manovra espansiva porterà solo ad un aumento dell’inflazione. Disoccupazione e inflazione risultano in questo caso indipendenti.

Oggi assistiamo ad un fenomeno nuovo. Inflazione e disoccupazione sembrano indipendenti ma, anche in presenza di manovre fortemente espansive, l’inflazione non aumenta (né si modifica granché la disoccupazione, almeno in alcuni Paesi). In Europa, la Bce inonda i mercati di moneta e i governi spingono la liquidità attraverso il canale fiscale; ma l’inflazione non sale. Non è salita durante il quantitative easing di Draghi. E non sale oggi con i vari piani di espansione monetaria della Lagarde; né con l’esplosione dei bilanci pubblici (nazionali ed europeo). Possibile?

Si tratta di un argomento molto più complesso di quanto sembri, sul quale autorevoli accademici e tutte le banche centrali del mondo si stanno interrogando. Ci sia consentito ricordare innanzitutto tre elementi per i quali la liquidità in circolo non riesce a far ripartire l’economia; e che in fin dei conti riportano inflazione e disoccupazione sotto l’egida delle scelte politiche, non di logiche meccaniche che interesserebbero le variabili economiche.

Primo. Le banche centrali non hanno più il controllo del tasso d’interesse. Con tassi già a zero, non si può agire ulteriormente su di essi per spingere l’economia reale ad indebitarsi per consumare e soprattutto investire. Inoltre, le banche centrali controllano l’offerta di “base monetaria”, quella che compare nel bilancio quando acquistano titoli sul mercato, ma perché essa diventi moneta capace di generare inflazione quella base monetaria deve raggiungere l’economia reale: famiglie e imprese. Se il meccanismo di trasmissione si inceppa nel mercato interbancario (magari per finanziare l’acquisto dei debiti sovrani da parte delle banche), ossia se quella liquidità non arriva all’economia reale, non v’è ragione perché si verifichi una pressione al rialzo dei prezzi. Gli aumenti di alcuni prezzi, nei mesi scorsi, dipendono semmai da ostacoli sul lato dell’offerta (è diminuita la produzione e la distribuzione di alcuni beni), o da comportamenti speculativi, o ancora da forme di mercato non concorrenziali. In ogni caso dipendono da una contrazione della produzione, non da un aumento della domanda.

Secondo. Anche i meccanismi di trasmissione del canale espansivo fiscale (i bilanci pubblici) si possono inceppare. Soprattutto se le aspettative sono negative. Quand’anche gli ammortizzatori sociali riescono a salvare parte dei redditi e gli investimenti pubblici erogano liquidità all’economia reale, non è detto che le famiglie consumino di più e le imprese private investano. Perché le famiglie potrebbero aspettarsi tempi bui, e preferire tesoreggiare (non risparmiare, alimentando così la liquidità bancaria, ma mettere i soldi sotto il materasso, magari nel timore di una imposta patrimoniale). Così come le imprese potrebbero aspettarsi bassi rendimenti dagli investimenti (perché la domanda, interna ed estera, potrebbe rimanere bassa). Insomma, non è detto che la spesa del governo compensi il crollo di consumi e investimenti privati. Soprattutto se non è indirizzata a creare quel clima di fiducia nel futuro che potrebbe mutare in positivo le aspettative di famiglie e imprese, convincendole a spendere.

Terzo. Il canale estero è stato spesso cruciale per far ripartire l’economia, sia in Italia sia in altri Paesi (si pensi alla Germania degli ultimi anni); è il cosiddetto modello di crescita export-led, trainato dalle esportazioni. Il problema è che se l’intera economia mondiale subisce una recessione, anche la domanda estera langue e le esportazioni crollano.

Sulla base di queste considerazioni, ci dobbiamo aspettare che l’inflazione rimanga a zero (o quasi) negli anni a venire? E ci dobbiamo aspettare che la disoccupazione rimanga elevata? Per provare ad indovinare cosa attenderci credo sia necessario inserire un terzo elemento nel ragionamento: il debito pubblico. L’inflazione è, per molti versi, una scelta politica. Si può decidere di trattenere la liquidità nel mercato interbancario, per “pulire” i bilanci delle istituzioni finanziarie e consentir loro di acquistare l’enorme quantità di debito pubblico immessa sul mercato; oppure si può decidere di spingerla verso l’economia reale, generando inflazione da domanda ma anche una riduzione della disoccupazione.

In un certo senso, quindi, l’aumento del debito pubblico segnala, in modo diverso, quella spinta inflattiva che non riesce a concretizzarsi nell’aumento dell’inflazione. Il vero protagonista dello scenario economico nei decenni a venire rischia di essere proprio il debito pubblico, che ha raggiunto livelli preoccupanti per la stabilità dei mercati finanziari. E che potrebbe mettere a repentaglio i delicati equilibri distributivi in tutto il mondo. In questo senso è positiva ma insufficiente la nuova strategia della Fed, che ha deciso di modificare il suo obiettivo spostandolo dal tasso d’inflazione al tasso di disoccupazione, con l’idea che il livello dell’occupazione sia l’unica variabile socialmente ed economicamente rilevante in un mondo senza cartucce monetarie (tassi a zero e base monetaria che non raggiunge l’economia reale) e ben poche cartucce fiscali (che non possono appesantire ulteriormente i bilanci nazionali).

Tutte scelte politiche, come pare evidente, ma che è largamente inefficace assumere a livello nazionale. L’interdipendenza delle catene produttive, distributive, commerciali, dei mercati finanziari, etc. rendono la politica economica nazionale, sia in ambito monetario sia fiscale, sostanzialmente vana. Mai come in questo frangente appare drammaticamente evidente il deficit di governance dell’economia mondiale. In attesa che anche la Bce decida come rivedere i propri obiettivi di politica monetaria, sarebbe essenziale ed urgente dare nuove forme e nuovo spazio a scelte politiche multilaterali, sovranazionali, a livello globale. Perché solo a quel livello sarà possibile realizzare in maniera stabile le condizioni per sopperire alla inefficacia delle massicce iniezioni di liquidità attuali, facendo ripartire davvero l’economia.