Inflazione e disoccupazione in Europa: un legame ritrovato?

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

Disoccupazione e inflazione, euro area, 2000-2020

Eurostat ha pubblicato il 2 maggio i dati aggiornati sulla disoccupazione in Europa che appare in discesa, in controtendenza rispetto all’aumento dell’inflazione. Mettendo, forse, fine al dibattito recente sui paradossi di una Curva di Phillips che sembrava non esistere più. Un problema decisivo per la politica economica, come cercheremo di chiarire.

Una nota e controversa ipotesi economica suggerisce l’esistenza di una correlazione inversa fra inflazione e disoccupazione. Quando l’una scende, l’altra sale; e viceversa. Il primo ad accorgersi di questo legame inverso fu l’economista Alban W. Phillips, guardando i dati relativi all’Inghilterra tra metà Ottocento e metà Novecento.

L’esistenza della Curva di Phillips ha dato vita ad un dibattito feroce fra gli economisti. Perché se esiste una correlazione inversa, come suggeriva Phillips, significa che la politica economica può scegliere la combinazione ottimale fra i due mail: disoccupazione e inflazione appunto. Non solo le autorità pubbliche di un paese possono scegliere, ma la responsabilità del livello di inflazione e disoccupazione in cui un paese si viene a trovare in un dato momento è loro.

Nel corso degli anni Settanta, grazie all’avvento della stagflazione (presenza contemporanea di alti livelli di inflazione e disoccupazione, che la Curva di Phillips non prevedeva) si è affermata l’idea di una Curva di Phillips rigida, con una disoccupazione che non reagisce agli stimoli delle autorità pubbliche (essendo invece legata alla struttura del mercato, soprattutto del lavoro, di ciascun paese) ed un tasso d’inflazione che sale in risposta a stimoli espansivi. Come dire che una politica economica espansiva può fare solo danni.

Come credo sia facile comprendere, dunque, l’esistenza o meno della correlazione inversa indicata dalla Curva di Phillips segnala se una politica economica perseguita con scopi anticiclici possa essere o meno efficace. Il che ci porta al dibattito degli ultimi anni sulle scelte di policy in Europa. Perché nell’ultimo decennio è sembrato che tutti gli stimoli monetari e fiscali non abbiano avuto granchè impatto sul livello di disoccupazione, il che non è una buona notizia. Ma soprattutto, sembravano non aver avuto alcun impatto sull’inflazione, rimasta a livelli molto bassi, quando non negativi. Generando un dibattito sulla scomparsa della Curva di Phillips e sugli strumenti di politica economica per rendere efficaci i suoi interventi.

Il ritorno della Curva sembra pertanto una buona notizia. L’inflazione sale ma la disoccupazione scende. Attenzione però. Parte degli aumenti di prezzo sono effettivamente dovuti agli stimoli monetari e fiscali, che hanno accresciuto la pressione della domanda (che si trascina investimenti ed occupazione) ma, soprattutto di recente, anche alle strozzature sul lato dell’offerta dovute al blocco o all’accorciamento delle catene del valore ed all’impennata dei prezzi dell’energia, dei trasporti, e dei prodotti agricoli. Inoltre, esistono ritardi temporali fra gl’impulsi espansivi e gli effetti su inflazione e, ancor più, sull’occupazione, per cui il dato di oggi va valutato nel tempo.

Insomma, il fatto che la disoccupazione sia scesa al 6.8% a marzo in Europa (contro il 6,9% del mese precedente; 8,3% in Italia in diminuzione dal 8,5% di febbraio), mentre l’inflazione è salita dal 6,2% di febbraio al 7,8% a marzo, non è detto significhi che si è ripristinata una Curva di Phillips negativamente correlata fra le due, che la politica economica quindi funziona, e che, se solo lasciassimo correre l’inflazione, potremmo ridurre ulteriormente la disoccupazione. Quest’ultima risalirà, appena gli effetti del conflitto si faranno sentire davvero, soprattutto sulle aspettative. In questi momenti di forte incertezza, sul presente e ancor più sul futuro, la cautela è d’obbligo. Ma non è difficile intravedere all’orizzonte il rischio di una nuova stagflazione.

Una stagflazione oggi in Europa può essere gestita solo con una politica economica articolata su più livelli. Che persegua un’espansione a livello sovranazionale, per approfittare delle economie di scala, della maggiore forza contrattuale di un’Europa coesa, per evitare frammentazioni e duplicazioni. Magari accompagnata da una modesta espansione monetaria, visto che l’inflazione ha ben poco a che fare col surriscaldamento della domanda e ben più con blocchi dell’offerta. Ed una politica di smantellamento, a livello nazionale, di tutte le posizioni di monopolio che accrescono i costi sociali.