Inflazione buona, inflazione cattiva

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I dati in arrivo dagli Usa ci raccontano che nel primo trimestre dell’anno è stato registrato un aumento del tasso d’inflazione su base annua del 4,2%. Qualche giorno fa l’Istat ha confermato che l’inflazione sta rialzando la testa anche in Italia. Notizie sulle quali si sono scatenati i commenti più vari, nella consueta battaglia ideologica fra chi sostiene che l’inflazione fa bene all’economia e chi invece ne sottolinea i pericoli.

L’inflazione è uno dei fenomeni più divisivi in una società. Vi si può leggere il segnale di un’economia che ricomincia a crescere. Ma anche un costo della vita che riprende a salire, a fronte di redditi che rimangono immobili, facendo perdere terreno al potere d’acquisto ed ai consumi delle famiglie. Inoltre, modifica la distribuzione del reddito e l’impatto del debito pubblico sulle diverse generazioni. Come valutare, allora, gli effetti dell’inflazione su un’economia, indipendentemente dalle categorie di appartenenza di ciascuno?

Draghi qualche mese fa ha parlato della distinzione fra debito buono e cattivo. Sottintendendo che quello buono serve a finanziare investimenti produttivi (che generano reddito ed innescano un processo di crescita sostenuta), quello cattivo solo la spesa corrente (sovente improduttiva). Si può distinguere anche per l’inflazione una buona da una cattiva?

I fenomeni inflattivi hanno essenzialmente tre cause: aumento dei costi delle materie prime; forme di mercato che si allontanano dalla concorrenza; un aumento della domanda (rispetto all’offerta) dei fattori produttivi e di beni e servizi finali.

La prima è principalmente esogena; dipende dall’andamento dei mercati globali. Se aumenta il costo dell’energia, dalla quale dipende il funzionamento delle nostre catene di produzione, aumentano i costi, che tenderanno a tradursi in un aumento dei prezzi. Non dipende da noi, ma dal mercato mondiale dell’energia. Può quindi essere considerata neutrale rispetto alla distinzione buona/cattiva.

La seconda mette l’accento sul fatto che quando una o poche aziende dominano alcuni mercati, sarà più facile per loro accordarsi sull’aumento dei prezzi di vendita, sapendo bene che chi acquista non avrà alternative (o solo molto costose) e dovrà acquistare ai prezzi imposti da chi controlla il mercato. Escluso per i pochi che se ne avvantaggiano, è un’inflazione negativa, perchè determina un impoverimento generalizzato del paese.

La terza dipende da un surriscaldamento dell’economia, dalla presenza di un potere d’acquisto crescente, che a sua volta fa aumentare la produzione (trascinando la domanda per i fattori produttivi: lavoro e capitale) e la domanda per beni di consumo e d’investimento. Significa che le famiglie hanno più soldi da spendere; che gli imprenditori scommettono sul futuro ed acquistano beni capitali. Insomma, che l’economia gira a pieno regime. Dopo un periodo di crisi, questo tipo d’inflazione segnala quindi elementi positivi.

Come valutare, alla luce di queste considerazioni, l’inflazione che si riaffaccia nella contabilità macroeconomica dei vari paesi? Certo: si comincia a vedere la ripresa, che spinge in alto la domanda. Ma la questione cruciale mi pare che sia la seguente: come evitare che qualcuno approfitti della naturale e positiva spinta sulla domanda innescata dalla ripresa (e successivamente dal Recovery Plan) per speculare sui prezzi di beni e servizi non concorrenziali. Perché il rischio è che lo spostamento di reddito dai salari (erosi dall’inflazione) ai profitti induca, dopo i primi entusiasmi generati dalla ripartenza, un rimbalzo in negativo dei consumi, che metterebbe a repentaglio anche gl’investimenti.

In occasione del passaggio dalla lira all’euro si verificò una colossale redistribuzione dei redditi, colpevole il governo dell’epoca che abolì gli osservatori provinciali atti a verificare il rispetto del tasso di cambio. Fu il via libera ad un processo inflattivo di cui le famiglie hanno pagato il conto per almeno un decennio. E di cui hanno finito per soffrire anche commercianti e imprenditori, la cui domanda si è pian piano erosa nel tempo; solo parzialmente compensata da quella estera e turistica.

È troppo chiedere che questo governo, nato per tutelare l’interesse di tutti i cittadini e non solo di una parte di essi, vigili in modo serio su tali rischi?