Il Whatever it takes nella Treccani: le tre parole che hanno salvato l’euro e l’Europa

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Mario Draghi. EPA-EFE/ARMANDO BABANI

Era il 26 luglio del 2012 quando a Londra in occasione di una conferenza sugli investimenti Mario Draghi, allora Presidente della Banca Centrale Europea aveva pronunciato per la prima volta il famoso “Whatever it takes”. Il giorno dopo quelle tre parole che in italiano possiamo tradurre con “costi quel che costi” erano il titolo di apertura di tutti i giornali del mondo; nei mesi e negli anni successivi si sarebbe detto che quelle tre parole hanno salvato l’euro, e quindi anche l’UE, più di quanto avrebbe potuto fare qualsiasi esercito; le abbiamo viste scritte sui muri (“sei bella come il whatever it takes di Mario Draghi”) e da oggi le troviamo anche sull’Enciclopedia Treccani, sezione “neologismi”. 

Il 24 luglio 2012 i differenziali di rendimento dei titoli di Stato italiani e spagnoli avevano raggiunto livelli record, circa 200 punti base in più di pochi mesi prima, nel marzo 2012. Due giorni dopo il discorso di Draghi.

“Quando si parla della fragilità dell’euro e della crescente fragilità dell’euro, e forse della crisi dell’euro, molto spesso gli Stati membri o i leader non appartenenti all’area euro, sottovalutano la quantità di capitale politico che viene investito nella moneta unica.
E quindi ritengo questo, e non credo di essere un osservatore imparziale, che l’euro sia irreversibile. E non è una parola vuota, perché ho appena spiegato esattamente quali azioni sono state fatte per renderlo irreversibile.
Ma c’è un altro messaggio che voglio darvi.
Nell’ambito del nostro mandato, la BCE è pronta a fare tutto il necessario per preservare l’euro. E credetemi, sarà sufficiente.”

La settimana successiva, interpellato da un giornalista al termine di una conferenza stampa, Draghi aveva spiegato che “Whatever it takes significa due cose: significa l’elenco delle misure, di tutte le misure necessarie, e significa che la loro dimensione deve essere adeguata per raggiungere gli obiettivi”. 

Ci sono tante frasi di statisti che sono passate alla storia, per un motivo o per l’altro, ma a nessuna di queste è stato attribuito il merito di aver salvato un’economia dal collasso. Del resto al termine del suo mandato da numero uno della Bce è stato definito “il più importante uomo di stato europeo dell’ultimo decennio”.

Secondo l’Enciclopedia Treccani “il Whatever it takes apre nella politica europea un altro orizzonte che non aveva precedenti”. Si tratta cioè di una frase “che cambia la storia della crisi: «Entro il suo mandato la Bce preserverà l’euro, costi quel che costi. E, credetemi, sarà abbastanza». Whatever it takes. Da quel momento, si può dire che l’Europa diventi l’Europa di Mario Draghi. A posteriori, lo riconoscono sia gli estimatori, sia i detrattori”.

Il messaggio dietro a quelle tre parole non era solo un messaggio economico-finanziario, anche se naturalmente il quantitative easing ne è stata l’espressione diretta; era soprattutto un messaggio politico, perché il punto centrale del discorso era che l’euro è irreversibile. Un’affermazione assolutamente non scontata in quel contesto, nel bel mezzo di una crisi fortissima, che si credeva senza precedenti: si parlava da più parti dell’uscita dall’euro della Grecia, dell’Italia e di altri, oltre che della tenuta complessiva della moneta unica. 

Ecco perché le parole di Draghi sono state così lapidarie. Nessuno dei leader politici europei aveva avuto il coraggio di pronunciarle.
Negli anni delle infinite riunioni del Consiglio europeo e dell’Eurogruppo, negli anni della Troika, negli anni dell’assenza di visione politica proprio quando ce ne sarebbe stato più bisogno, negli anni in cui il progetto europeo è stato più a rischio, avremmo avuto bisogno di una leadership politica. E forse quella di Draghi è stata in fondo proprio questo.