Il ruolo della Bce: Harry Potter o Lord Voldemort?

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ECB

Nel lontano 1919 Keynes divenne celebre scrivendo The Economic Consequences of the Peace, in cui denunciava come le riparazioni di guerra che gli alleati intendevano imporre alla Germania avrebbero causato inflazione, crescente disagio sociale e condotto ad un ulteriore conflitto. Cosa che puntualmente avvenne. Nel 1953, 34 anni dopo, la questione delle riparazioni della Germania dopo la Prima Guerra Mondiale non era ancora esaurita. Il rischio di una nuova tragedia convinse le nazioni creditrici ad abbattere di due terzi il debito accumulato dalla Germania ed allungarne le scadenze. È da questo precedente che prende le mosse l’iniziativa di alcuni colleghi, un manifesto sottoscritto da un centinaio di economisti europei (tra i quali spicca il nome di Thomas Piketty), per chiedere la cancellazione dei debiti europei detenuti dalla Bce. Fondi che poi i governi dovrebbero destinare alla transizione ecologica.

Un’idea che si rifà esplicitamente al precedente tedesco, ma che ben poco ha a che fare con quel contesto storico e macroeconomico. L’enorme debito (estero) della Germania era il frutto di un accanimento unilaterale contro i tedeschi. L’ordine internazionale si stava ricostruendo, sotto presupposti nuovi, e il 27 febbraio 1953 (quando fu firmato l’accordo a Londra) Stalin non era ancora morto (sarebbe morto improvvisamente due giorni dopo), suggerendo agli Usa ed all’Inghilterra di evitare di innervosire ulteriormente i preziosi alleati al centro dell’Europa. L’iniziativa, non a caso, era proceduta di pari passo con i tentativi di rafforzare l’integrazione europea nel campo della difesa, poi con l’ingresso della Germania nella Nato.

Oggi, poiché da più parti si fa il parallelo tra il covid e la guerra, il documento suggerisce la cancellazione dei debiti nazionali detenuti dal Sistema Europeo delle Banche Centrali e il contestuale impiego di quei fondi per finanziare un’economia verde, circolare, sostenibile. Come recita il manifesto, “stiamo parlando di 2.500 miliardi per l’Europa nel suo complesso”. Una proposta che fa sognare chi è in cerca di una scorciatoia per uscire dalla situazione in cui siamo, obiettivamente complessa; che promette di realizzare a costo-zero il sogno di un’economia verde, riducendo contestualmente il peso del debito. Un incantesimo degno di Harry Potter.

Una proposta che pone sul tavolo due temi di grande rilevanza: come gestire l’enorme massa di debito accumulato fino ad oggi; e come finanziare la transizione verde e la maggiore resilienza/sostenibilità dei sistemi economici e sociali europei. Se è vero che al primo problema non è stata ancora data una risposta, al secondo si, almeno parzialmente.

L’Unione Europea, di cui la Bce è una delle istituzioni, ha già fornito tramite la Commissione una serie di strumenti per la transizione verde, auspicata dal manifesto. Lo ha fatto soprattutto condizionando una cospicua fetta delle risorse del Next Generation EU proprio alla transizione ecologica: circa 300 miliardi. Altre linee di finanziamento, inoltre, sono legate a questo obiettivo, in particolare attraverso una parte del bilancio pluriennale della UE (che vale, complessivamente, altri 1.100 miliardi).

Certo, non sono risorse sufficienti. Servirebbero probabilmente 2000 miliardi, come indicato qualche tempo fa dal Parlamento Europeo. Ed è qui che diventa cruciale portare avanti una battaglia perché lo strumento del Next Generation EU venga ampliato e diventi strutturale, assicurando una risposta solidale ad un problema collettivo.

Ma i miei colleghi scelgono una strada alternativa, apparentemente più agevole, chiedendo la cancellazione dei debiti acquistati dalla Bce per ridurre l’impatto della crisi sui singoli bilanci nazionali. È una proposta divisiva, che rischia di premiare l’azzardo morale e l’irresponsabilità delle classi politiche nazionali; e proprio per questo, oltretutto, è vietata dai trattati esistenti. Ha ragione il documento ad affermare che quando emerge una volontà politica comune gli ostacoli giuridici si possono superare… ma una proposta di questo tipo non potrà mai raggiungere l’unanimità (perché il Consiglio, che decide su queste materie, decide appunto all’unanimità). Sarebbe meglio allora, prima di tutto, lottare per l’eliminazione dell’unanimità da tutte le decisioni collettive, non soltanto in materia fiscale, come si accenna nel documento.

Naturalmente esiste l’altro problema, finora ignorato: l’enorme livello d’indebitamento dei vari Stati (peraltro comune a parecchie parti del mondo). Ma su questo, in realtà, la Bce ha già agito (e continua a farlo) per ridurne l’impatto sull’economia reale e sui sistemi bancari (il PEPP da 1.8 trilioni di euro serve esattamente a questo). Inoltre, potrebbe scegliere, in piena autonomia decisionale, di rimandare all’infinito la scadenza dei titoli in suo possesso, di fatto cancellando il debito. Pensare tuttavia che questa scelta possa essere il risultato di una pressione dal basso, rischiando così di mettere a repentaglio la propria credibilità di istituzione giovane (la cui credibilità è cruciale per l’efficacia della politica monetaria) è una pia illusione. Anzi, queste iniziative rischiano di raffreddare qualsiasi intenzione della Bce di agire in tal senso.

Inoltre, pare evidente come prima di ripristinare le regole fiscali pre-covid sia necessario rivedere l’intera struttura degli strumenti e della governance economica europea. Lo hanno a più riprese ribadito tutti i livelli istituzionali nazionali ed europei. Piuttosto che una mossa una tantum, meglio dunque attrezzare l’Europa a gestire le crisi con strumenti validi nel lungo periodo.

Insomma, il documento è una proposta reazionaria ed irrealistica, che guarda all’Europa dalla parte delle nazioni (alle quali verrebbe lasciata la sovranità fiscale sulle scelte di bilancio), che dovrebbero agire sotto l’ombrello empatico di una Bce pronta a tutto per consentire ai singoli paesi di spendere; invece che procedere nella direzione di una fiscalità solidale (avviata nel luglio scorso e che ha bisogno semmai di essere consolidata, non indebolita).

È chiaro, come suggerisce il documento, che oggi la ripresa non può essere unicamente affidata a tassi d’interesse negativi. Abbiamo già avuto modo di sperimentare in passato i pericoli della trappola della liquidità (con la liquidità immessa dalle Banche Centrali che non riesce a trasmettersi all’economia reale). Proprio per questo serve uno stimolo fiscale; collegiale e strutturale. Una tappa non facile, ma certo meno improbabile di una cancellazione dei debiti da parte della Bce, suggerita da qualche accademico. Una iniziativa che, piuttosto che un incantesimo da Harry Potter, potrebbe rivelarsi una maledizione degna di Lord Voldemort.