Il ritorno del MES

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

Il direttore del Mes Klaus Regling. [EPA-EFE/IGOR KUPLJENIK]

Il MES, Meccanismo Europeo di Stabilità, entra nel dibattito sulla riforma delle regole fiscali della Ue. Lo fa con un documento di analisi e proposta operativa a firma di un gruppetto di economisti, quasi tutti interni all’istituzione.

L’analisi è fondata sui seguenti elementi. Prima della pandemia le regole fiscali hanno funzionato bene, perché hanno generato un’area di stabilità macroeconomica più elevata rispetto ad altre aree nel mondo. Ripristinare delle regole fiscali analoghe alle precedenti pare dunque una buona mossa.

Secondo, semplificare. Le regole di oggi (o meglio, quelle di ieri) sono complesse, farraginose, politicamente aggirabili; abbiamo bisogno di renderle semplici e trasparenti. Quindi: teniamoci la regola del disavanzo primario al 3% (anche se non si capisce bene sulla base di quale logica dovrebbe essere ancora valida), spostiamo l’irrealistico debito dal 60% al 100% del Pil (anche qui, perché proprio 100? Perché la media oggi in Europa è 100? Mah…). Naturalmente, il Fiscal Compact verrebbe riadattato al raggiungimento di questo nuovo obiettivo e ci verrebbero concessi i soliti 20 anni per arrivarci, con riduzione annue proporzionali. La condizionalità si dovrebbe ridurre alla mancata erogazione di fondi europei. Effettivamente, tutto molto semplice. Forse un po’ troppo…

Intanto, la prima osservazione in realtà è un’opinione, pure ben poco condivisa. Se è opinabile che le regole fiscali abbiano generato maggiore stabilità, di sicuro l’Unione Europea si è distinta, da quando le regole fiscali sono in funzione (ossia, orientativamente, dal 2010) per la sistematica incapacità di recuperare terreno rispetto alle altre economie mondiali. In termini di banale calcolo del Pil, mentre negli Usa si sono ripresi dalla crisi finanziaria in due anni, tornando ai livelli pre-crisi, e la Cina ne ha impiegato uno in più, così come il Giappone, in Europa ci abbiamo impiegati sei anni. In media; perchè alcuni paesi dell’Unione, come l’Italia, non sono mai riusciti a tornare ai livelli pre-crisi e solo nei prossimi anni, grazie alle risorse del PNRR, possiamo osare sperare di tornare a livelli di Pil pre-2008.

Non sarà che, sia pure in parte, questo ritardo cronico è da imputare ad un’ architettura delle governance economica che ha ritardato la ripersa, rendendola oltretutto fortemente asimmetrica? Non sarà che la trasformazione della crisi finanziaria originatasi negli Usa in una crisi dei debiti sovrani ha natura endogena, dipendente proprio dall’aver imposto una camicia di forza all’economia dei singoli paesi (comprensibile) senza aver dato un’opportunità ad una crescita collettiva orientata alla ristrutturazione industriale, alle infrastrutture comuni, a strategie collettive nella crescente competizione globale (mossa sinceramente incomprensibile, se non nella logica della difesa dei divergenti interessi nazionali)? Le responsabilità di Angela Markel in questa vicenda non sono dimenticate solo perché col Covid ha finalmente compreso che seguire nuovamente la stessa strada sarebbe stato suicida…

Ma forse, gli economisti del MES in realtà si stanno preparando – ed intendono preparare l’opinione pubblica – a quella che potrebbe diventare una proposta ufficiale entro qualche mese ed alla quale in molti stanno lavorando: l’idea che il MES, disperatamente in cerca di una identità dopo che si è concluso il suo mandato come fondo salva-Stati, acquisti i titoli del debito pubblico comprati dalla Bce nell’ambito del Pandemic Emergency Purchase Programme. Un’idea pericolosa, perché mentre la Bce potrebbe tenere i titoli in bilancio fino alla loro naturale estinzione, di fatto cancellandoli dal debito effettivo dei singoli paesi, analoga manovra non potrebbe compiere il MES che, essendo una società di diritto pubblico internazionale, dovrebbe ricollocarli sul mercato; oltretutto avendo la facoltà, come debitore privilegiato, di esigerne la restituzione a suo piacimento (è però anche vero che i soci del MES sono gli Stati ed i meccanismi decisionali lasciano a Francia, Germania ed Italia una specie di diritto di veto sulle sue decisioni; lo dico per raffreddare subito gli entusiasmi di chi già intravede un complotto per ridurre la sovranità italiana sul suo debito).

Comprendo naturalmente la ratio di questa ipotesi, che segue il timore di una guerra al rialzo sui tassi d’interesse nella quale la Fed potrebbe coinvolgere (sta già coinvolgendo) la Bce (con un euro già debole sui mercati): in pratica servirebbe a rafforzare la Bce e l’euro (mossa cruciale in considerazione del fatto che siamo un’area molto legata alle importazioni).

Mi chiedo allora: a quale condizione potremmo accettare questa ipotesi di riforma? L’unica che mi viene a mente è che, parallelamente, senza attendere il 2026 (la fine del NGEU), venga reso strutturale l’uso del debito collettivo per finanziare investimenti in beni pubblici europei, come (ma solo in parte e con logiche eccessivamente decentrate a livello nazionale) sta facendo il NGEU. Insomma, in questa partita sulla riforma delle regole fiscali sarebbe il caso che inserissimo anche questa rivendicazione, per consentire di finanziare la crecita al livello al quale può risultare più efficace, ossia sovranazionale, in un sistema globale di grandi potenze continentali. La partita complessiva è unica; frammentarla in rivendicazioni separate potrebbe risultare pericoloso, soprattutto per un paese così finanziariamente esposto come l’Italia.